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Roma, 16 feb – Nato a Venezia nel 1935 e scomparso a 81 anni nel 2016, Paolo Leon è stato senza dubbio un economista brillante ed una persona dotata di grande onestà intellettuale.

In un’epoca dominata dal pensiero unico liberista, è stato uno dei pochi in Italia a ribadire la sua fiducia nel pensiero keynesiano, critico convinto del Trattato di Maastricht e del seguente Fiscal Compact nelle sue opere ha sempre sostenuto con forza il principio per cui il bilancio dello Stato, per sua natura, non può essere in pareggio arrivando a sostenere che:

La cultura dominante conservatrice ha dimenticato ragioni e finalità dello stato sociale. L’importante è il rigore di bilancio, con il pareggio messo addirittura come vincolo legislativo, qualcosa che suona come una composizione di interessi egoistici e mentalità medioevale, e che nulla ha a che fare con le ragioni dell’economia” ed ancora “…l problema si deve risolvere in Europa, non tanto in Italia. La Banca Centrale Europea, per esempio, invece di sostenere che il modello sociale europeo è in via di estinzione, dovrebbe finanziare con emissione di moneta i disavanzi pubblici, consentendo agli Stati di fuggire dalla strettoia di debito e deficit. Una funzione da creare, certo, ma che sarebbe molto utile”.

La critica all’economia classica

Nella sua opera “Il Capitalismo e lo Stato” pubblicato nel 2014, Paolo Leon offre una critica davvero originale al pensiero di Adam Smith considerato il capostipite degli economisti classici.

L’autore ricorda che Smith scrive “l’individuo perseguendo il proprio interesse, spesso persegue quello della società nel suo complesso”. La famosa “mano invisibile” che attraverso il perseguimento dell’interesse individuale guida il mercato in modo che tutte le merci siano scambiate ad un giusto prezzo e non vi sia spazio per una disoccupazione involontaria. Ma è lo stesso Smith ad affermare che “generalmente l’individuo non intende promuovere l’interesse pubblico né è a conoscenza di quanto lo stia promuovendo”.

E’ il “velo di ignoranza smithiana” in cui sono avvolti ed agiscono i soggetti economici che spesso viene sottovalutato dal pensiero liberista. Il libero mercato, la concorrenza perfetta, devono fare i conti con la mancata cognizione e il disinteresse delle parti di uno scambio commerciale sui risultati di questo scambio sul resto dell’economia. Per Leon la soluzione ottimale non può prescindere dall’intervento statale:

Il capitalismo è fatto di imprese e individui non consapevoli degli effetti macroeconomici delle loro scelte, lo Stato invece può, se il sistema politico lo permette, conoscere gli effetti delle proprie scelte e di quelle dei capitalisti, può sbagliare ma possiede gli strumenti per correggersi”.

Solo lo Stato può quindi disporre delle risorse che gli permettano di stracciare il “velo dell’ignoranza” e per questo l’analisi economica deve essere “macro-fondata” piuttosto che micro-fondata, sono fattori come il valore aggiunto, il moltiplicatore degli investimenti e dei depositi, la distribuzione del reddito e la piena occupazione che condizionano gli esiti della microeconomia, e non viceversa.

Paolo Leon nel Psi di Craxi

Animato da una grande passione politica, Paolo Leon ha ricoperto ruoli importanti nelle istituzioni, dalla Banca Mondiale alle università fino ai ministeri dove è stato consulente per il Bilancio, per il Lavoro e per la Cassa del Mezzogiorno. Membro autorevole del Partito Socialista di Bettino Craxi il suo amore per il confronto, la libertà di pensiero e soprattutto il suo rigoroso credo secondo cui l’analista non debba essere sottoposto al Potere gli ha causato non pochi problemi. Lui stesso affermava di “provare fastidio di fronte all’arroganza pubblica”. Convinto sostenitore del ruolo dello Stato per la crescita economica, si oppone ovviamente all’idea liberista del lasseiz faire, ma lavorando nelle pubbliche istituzioni è ben cosciente dell’arroganza dei potenti di turno, trovandosi spesso in contrasto con loro nel tentativo di difendere la sua indipendenza.

Nel 1982 viene espulso dal Partito Socialista proprio per aver denunciato le difficoltà nella gestione del potere da parte del partito, e il progressivo indebolimento culturale della sinistra. Negli anni successivi, ampliando la sua analisi a livello globale, con grande preoccupazione individua per primo l’avvicinamento di certi ambienti della sinistra al nuovo capitalismo.

Contro lo strapotere finanziario

Proprio allo studio dei meccanismi di funzionamento del capitalismo globale e della sua finanziarizzazione, Paolo Leon dedicherà la sua attività scientifica. Due i temi fondamentali del suo ultimo lavoro, “I poteri ignoranti” edito nel 2016, il divorzio tra Stati e banche centrali, e la trasformazione dell’imprenditorialità che è passata dall’avere come obiettivo il profitto alla ricerca spasmodica dell’accumulazione.

Leon definisce la classe politica dei paesi più avanzati come “poteri ignoranti” in quanto adottano politiche economiche ignorando le basi della macroeconomia, ovvero il ruolo di prestatori di ultima istanza degli Stati per la stabilizzazione dell’economia e la redistribuzione dei redditi al fine della determinazione della domanda e quindi della crescita e dell’occupazione.

Non mancano le critiche alla moneta unica e alle contraddizioni della Banca Centrale Europea che si è dimostrata poco efficace di fronte alla grande crisi finanziaria, scrive infatti:

La moneta unica, che doveva essere l’elemento che ci proteggeva da questa involuzione, non lo è perché non è una moneta unica, è una moneta “tedesca” e cioè riflette gli interessi nazionalistici tedeschi più di quelli europei. E il fatto che abbiamo una Banca Centrale Europea non implica nulla perché è una Banca Centrale che non ha di fronte a sé il ministro dell’economia europeo. Un tempo le banche centrali finanziavano i disavanzi pubblici con l’emissione di moneta: e quindi gli Stati non si indebitavano sul mercato, o si indebitavano di meno. Naturalmente la Banca Centrale ed il Governo erano in conflitto per determinare quanta emissione di moneta e quindi quanto deficit poter coprire. Lì si faceva politica. Tutto questo è sparito e adesso le banche centrali, compresa quella europea, non emettono più moneta. Adesso la BCE ci compra un po’ di titoli di stato e nel farlo emette moneta, però poi la sterilizza subito perché vende altri titoli di stato in compensazione di quelli che ha comprato”.

L’opera di Leon è importante e andrebbe riscoperta e riproposta in quanto capace di una lucida analisi della realtà dei nostri tempi, che per l’economista appare inquietante se la politica non riuscirà a riprendere a livello globale il governo dell’economia lasciato ormai nelle mani non troppo sicure della grande finanza.

Ci piace chiudere con un suo pensiero:

Lo stato sociale non è beneficenza, è un diritto. Rende più forte la democrazia ed è anche un elemento di sviluppo economico. È chiaro che mantenerlo e migliorarlo ha un costo, però produce guadagno; smantellarlo, invece, significa finire per spendere molto di più”.

Claudio Freschi

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