Il Primato Nazionale mensile in edicola

Roma, 22 nov –  Nove paradisi fiscali attraggono ogni anno il 42% degli investimenti diretti esteri globali e oltre il 40% dei profitti realizzati dalle multinazionali, con un “profit shifting” di circa 741 miliardi l’anno sottratti alle altre economie. Questo è ciò che emerso dalla trentunesima edizione del Workshop Finanza 2020 organizzato dall’European House-Ambrosetti. Non è la prima volta che questo tema viene discusso. Quando, però, si chiude la kermesse tutto torna inesorabilmente come prima. In questo consesso perfino i liberisti si scagliano contro il comportamento delle multinazionali.

Multinazionali alla ricerca di una tassazione agevolata

Come dicevamo la denuncia non parte da un giornale comunista. A lanciare il grido d’allarme è il direttore de Il Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, che ha assicurato l’impegno del quotidiano “affinché l’Europa metta fine a questa situazione da furbetti del quartierino che non può più andare avanti così”.

Dopo questa dichiarazione di guerra siamo certi che le multinazionali che eludono il fisco stanno tremando dalla paura. L’organo di Confindustria scopre che dietro l’elusione delle grandi multinazionali “c’è la volontà di alcune imprese di trasferire i propri profitti in Paesi a tassazione più agevolata (i paradisi fiscali): è il fenomeno del Base erosion and profit shifting (Beps)”. Insomma, le aziende (quando se lo possono permettere) scelgono di trasferire la loro sede legale o fiscale dove si pagano meno tasse. Che scoop! Scherzi a parte, vediamo quali nazioni possono essere considerati paradisi fiscali.

Il dumping fiscale nell’Ue

Secondo gli ultimi dati, Paesi Bassi, Lussemburgo, Hong Kong, Svizzera, Singapore, Irlanda, Bermuda, Isole Vergini Britanniche e Isole Cayman assorbono il 42% di investimenti esteri nonostante generino nel loro insieme solo il 3,2% del Pil mondiale. A nessuno è sfuggito che tre di questi stati fanno parte dell’Unione europea. Non ci vuole un genio per capire che questo mina la coesione dell’eurozona.

L’Olanda poi insieme ad altre nazioni rappresenta i cosiddetti “frugali”. Si tratta di cinque Stati parsimoniosi – Austria, Paesi Bassi, Svezia e Danimarca – che si sono scagliati contro politiche economiche “espansionistiche” che l’Ue ha deciso di attuare nei prossimi anni. Chi predica il rigore ha troppi scheletri nell’armadio. In questo caso siamo in presenza di un vero e proprio dumping fiscale: ossia un ribasso della pressione fiscale per attrarre contribuenti da altre parti del mondo.

Amsterdam e Dublino innescano un pericoloso cortocircuito: come si può far concorrenza su fisco tra nazioni che usano la stessa moneta? Questo comportamento sleale ha un costo elevato non solo per l’Italia che registra una perdita di gettito attorno ai 6,4 miliardi annui. Anche la Germania perde il 26% del gettito della tassazione sugli utili d’impresa, la Francia il 22%, l’Italia il 15%. È necessario invertire la rotta. La strada, però, è tutta in salita. Rimane ancora un altro nodo da sciogliere: Il tema è più teologico che economico.

Il paradiso non può esserci se manca l’inferno

Come mai esistono i paradisi fiscali? Ogni nazione dovrebbe abbassare le tasse per accogliere a braccia aperte gli investitori. Gli investimenti esteri portano benefici dove non c’è un tessuto industriale come l’Irlanda o i Paesi Bassi. L’arrivo delle multinazionali in Italia spesso è frutto di una volontà predatoria da parte dei nuovi arrivati. Nello scenario dipinto al Forum noi siamo doppiamente penalizzati: dall’arrivo di capitalisti ingordi (vedi ArcelorMittal) e dal calo del gettito. Qualcosa non va se un’azienda come la Ferrero ha la sua sede legale in Lussemburgo. Il fisco e la burocrazia stritola le nostre aziende. Ovviamente a pagare il prezzo più alto sono le pmi che non possono permettersi dei fiscalisti di fama. Ma non è solo questo.

Secondo molti autorevoli centri di ricerca, il danno economico dovuto agli sprechi, in capo ai contribuenti italiani sarebbe di oltre 200 miliardi di euro all’anno: il doppio rispetto all’evasione fiscale. Ricordiamo inoltre che il costo annuo sostenuto dalle imprese per la gestione dei rapporti con la burocrazia è pari a 57 miliardi di euro. Le scartoffie pesano più dei tributi. La crisi dovuta alla pandemia ha ovviamente amplificato tutto.

Detto questo, a nulla ci servirà fare le vittime, o dare la caccia ai paradisi fiscali se non sappiamo rendere la vita più semplice ai nostri imprenditori.

Salvatore Recupero

La tua mail per essere sempre aggiornato

3 Commenti

  1. Sleale un par de ciufoli, benedetti coloro che offrono possibilità di fottere lo stato.
    I piccoli imprenditori che pagano in Italia le esorbitanti tasse per mantenere i magnaccia di regime sono loro il vero problema.

Commenta