Roma, 6 mar – La Germania con la svalutazione competitiva mascherata da moneta unica. L’Olanda con politiche fiscali predatori nei confronti delle altre nazioni. Se vogliamo cercare i motivi per cui Berlino ed Amsterdam sono state le uniche a guadagnare dall’euro, eccoli – in estrema sintesi – spiegati.

Nulla di nuovo sul fronte orientale, verrebbe da dire. La “notizia” – se così si può dire – è che persino dal campo più fieramente europeista finalmente cominciano ad accorgersi che qualcosa non quadra. E’ il caso ad esempio di Federico Fubini, che ieri sul Corriere della Sera ha tuonato contro il Paese dei mulini a vento. L’accusa? “Chiede rigore ma sottrae entrate tributarie agli altri Paesi europei”, spiega Fubini, denunciando un “paradosso” che riesce a vedere solo lui. Ammesso, benintenso, di credere per davvero alla storia dell’integrazione europea. Una favola che si ammanta di buone intenzioni puntualmente disattese dai fatti.

Olanda paradiso fiscale mascherato

Come, per l’appunto, nel caso dell’Olanda. Bravissima a chiedere sempre maggiori dosi di rigore agli altri mentre, allo stesso tempo, ne mette in difficoltà i relativi bilanci con un sistema fiscale che drena risorse dai partner.

L’accusa arriva nientemeno che dal Parlamento Ue, che in un rapporto (pubblicato la settimana scorsa) ha acceso un faro sulle politiche di Lussemburgo, Belgio, Cipro, Ungheria, Irlanda, Malta e, per l’appunto, Paesi Bassi. I quali agirebbero come paradisi fiscali “di fatto”, incuneandosi nelle lacune delle normative nazionali.

A fare la parte del leone in questo “schema” sarebbe proprio l’Olanda che, mentre predica austerità e disciplina di bilancio in lungo e in largo, lavora sottotraccia per attirare le sedi fiscali di multinazionali di mezzo mondo. Che nella maggior parte sono rappresentate da una cassetta delle lettere o poco più. Neanche fossimo in un qualsiasi arcipelago caraibico.

A spingere le società a domiciliarsi nella terra dei polder è soprattutto il sistema di tassazione delle royalties, i pagamenti che soprattutto le società tecnologiche ricevono per l’utilizzo dei loro brevetti. Ebbene, in Olanda le royalties non sono tassate. Così come i dividendi e altri diritti intellettuali, specie se derivanti da imprese straniere operanti in loco, che “vengono “blindati” in Olanda invece che nei singoli paesi europei”, sottolineavano lo scorso dicembre Angelo Mincuzzi e Roberto Galullo sul Sole 24 Ore.

Un furto da 50 miliardi l’anno

E’ così che su un totale di 4.500 miliardi di euro (oltre 5 volte il Pil del Paese), facenti capo a oltre 15mila società, che transitano tra Rotterdam e Eindhoven meno di 200 diventano imponibili ai fini fiscali. Non sorprenderà, a questo punto, sapere che colossi come Ikea, Unilever, Shell, Adidas, Nike e anche l’italiana Fca (sede legale a Londra, sede fiscale ad Amsterdam) abbiano scelto proprio l’Olanda per “domiciliarsi”.

Risultato? Stando ad una ricerca di Gabriel Zucman dell’Università di California a Berkeley, spiega Fubini, l’Olanda sottrarrebbe ogni anno “oltre 50 miliardi di base fiscale altrui”. Contribuendo così all’impoverimento di quegli stessi “partner” sui quali vorrebbe imporre le proprie lezioni di vita.

Filippo Burla

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