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Roma, 22 set – Fallita la spallata del centrodestra e salvato il salvabile, il Pd va subito all’attacco. Pronti, via: incassata la vittoria in Toscana e Puglia – due successi non era scontati, a differenza della Campania – e nonostante un ribaltamento rispetto a soli cinque anni fa quando il centrosinistra governava 15 regioni (ora solo in cinque), torna immediatamente a chiedere di far ricorso Mes. Quale miglior viatico, d’altronde, per blindare la propria presenza al governo se non quello di porre la più estrema forma di vincolo esterno?

Il Pd vuole il Mes a tutti i costi

Dopo un pressing durato mesi ora i dem, complice anche il non entusiasmante risultato del M5S, passano così all’incasso: se non sarà rimpasto nell’esecutivo, sul piatto finisce almeno la portata principale del Mes, già ventilato in passato come contropartita in cambio del “Sì” piddino (dopo ben quattro “No” in parlamento) al referendum.

Ad aprire le danze ci ha pensato Nicola Zingaretti. “Chiederemo che nel pacchetto della svolta italiano ci sia anche la sanità, finanziata con il Mes“, ha spiegato il segretario, aggiungendo: “Il presidente del Consiglio ha detto che discuterà il Parlamento. Ora bisogna passare dalle parole ai fatti”. Gli ha fatto eco Debora Serracchiani: “Quello del Mes è sicuramente un tema che tornerà centrale nella coalizione di governo. Anche perché si tratta di decine di miliardi di euro che possono essere utilizzati per la sanità”, ha affermato la vicepresidente del partito commentando a caldo i risultati delle regionali. Dimenticando, ma transeat, che furono loro stessi i protagonisti della stagione dei tagli che hanno comportato una decurtazione di quasi 40 miliardi al Servizio sanitario nazionale.

Obiettivo commissariare l’Italia

Se nel Pd la linea è compatta e i suoi esponenti parlano con un’unica voce, più sfumate invece sono le posizioni nel M5S. Una parte non indifferente dei grillini è infatti contraria al Mes, almeno in teoria. Un po’ meno nella pratica, visto che non più tardi della scorsa estate è passata al Senato una risoluzione (la 100 del 29 luglio, a firma Perilli, Marcucci, De Petri, Faraone e Unterberger: un arco politico che va dal M5S al Pd, passando per Liberi e Uguali e le autonomie) con la quale si impegna il governo fare utilizzo “sulla base dell’interesse generale del Paese e dell’analisi dell’effettivo fabbisogno, degli strumenti già resi disponibili dall’Unione europea per fronteggiare l’emergenza sanitaria e socio economica in atto, garantendo un costante rapporto di informazione e condivisione delle scelte con il Parlamento”.

Tra essi, oltre alla versione “light” – ma nemmeno troppo – del Recovery Fund troviamo, per l’appunto, anche il Mes. E a poco serve chiedere che le camere vengano informate in tempo reale: pensiero speranzoso che l’esecutivo giallofucsia ha già più volte, specialmente per quanto riguarda le questioni europee, tradito. Nulla fa pensare che possa accadere anche questa volta. Tanto più se, come già si era capito da tempo, l’obiettivo è quello di commissariare l’Italia.

Filippo Burla

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