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figura_01Roma, 25 dic – È notizia di questi giorni che il Pil degli Usa sarebbe cresciuto del 5% nel terzo trimestre del 2014, cioè nello scorso periodo luglio-settembre. Notizia accompagnata dalle dichiarazioni roboanti del presidente Obama, dall’euforia delle borse, dalle lagne europee che lamentano l’ennesima occasione perduta dal vecchio continente.

Già su queste stesse colonne sono stati avanzati seri e documentati dubbi sulla natura della crescita a stelle e strisce, quale combinato disposto della stratosferica iniezione di denaro liquido (8mila miliardi di dollari) a tasso zero, a sua volta riconvertita in investimento redditizio mediante declassamento pilotato dei debiti dei paesi del sud Europa, Italia inclusa, con conseguente aumento dei tassi di rendimento dei relativi bond statali e svendita forzata degli asset industriali strategici.

Il notissimo portale di analisi economico-finanziaria ZeroHedge propone una ulteriore spiegazione dell’inedito salto del Pil statunitense, attribuendolo anche alla contabilizzazione delle spese legate al piano sanitario inaugurato l’anno scorso da Obama, il cosiddetto Obamacare. Non propriamente, quindi, il risultato di investimenti produttivi.

Aggiungeremo qui un altro argomento, che a nostro avviso demolisce completamente la favola della crescita americana, relegandola al rango di ennesima manipolazione mediatica e propagandistica.

GDP_vs_energyIl dubbio è sorto leggendo un recente intervento del fisico spagnolo ed esperto di energia Antonio Turiel, tradotto in italiano, un grafico del quale, riprodotto a fianco, mostra come – a differenza di tutto il resto del mondo e in particolare dell’Unione Europea – gli Stati Uniti starebbero crescendo pur in presenza di una diminuzione del consumo di energia.

Da molto tempo ormai andiamo illustrando come i consumi energetici siano il più fedele e rappresentativo indice dello stato e delle tendenze dell’economia di un paese o di un’area economica (per esempio, qui e ancora qui molto chiaramente). Non fanno eccezione gli Usa, in cui almeno dal 1984 al 2000 – inclusa la breve crisi del 1991 – la relazione tra Pil e consumi totali di energia è stata praticamente lineare (precisamente, con una significatività del 93%). In altre parole, Pil (fonte dei dati: US Department of Commerce – Bureau of Economic Analysis) e consumo totale di energia (fonte dei dati: US Department  of Energy – Energy Information Administration) erano proporzionali tra loro su base trimestrale.

In seguito allo scoppio della bolla della cosiddetta new economy e all’evento delle torri gemelle – quindi a partire dal 2001 – tale relazione si è andata modificando, con un Pil sempre crescente a una velocità simile a quella della maggior parte dei due decenni precedenti, eccetto che nel biennio compreso tra il terzo trimestre del 2007 e il corrispondente trimestre del 2009, a Usa -PIL & energia totalefronte di una domanda di energia molto più blandamente crescente tra il 2002 e il 2007, quindi crollata ai livelli del 1999 e lì rimasta fino a oggi. Come evidente nel grafico a fianco, in cui il consumo trimestrale di energia è stato opportunamente destagionalizzato come il Pil, è proprio dall’inizio del 2010 fino al terzo trimestre del 2014 che la differenza tra le tendenze del Pil e del consumo energetico totale si è fatta clamorosa: Pil rapidamente crescente con impennata proprio nell’ultimo trimestre disponibile, con consumi energetici piatti sui livelli del 1999, incluso l’ultimo trimestre.

Come può essere? Forse uno sforzo enorme di efficientamento energetico? Ovviamente no, e comunque non avrebbe potuto avere effetti così importanti, semmai probabilmente nessun effetto a causa del mai troppo considerato paradosso di Jevons.

Al fine di confermare e aggiungere significato all’analisi, abbiamo sostituito al consumo energetico totale la domanda della Usa -PIL & elettricitàsola energia elettrica, che sappiamo essere molto ben correlata al prodotto interno lordo. Il risultato, limitato ai dati disponibili dal 2001 in avanti, è illustrato nel grafico a fianco, e di nuovo dimostra l’improvviso e apparentemente inspiegabile disaccoppiamento a partire dal 2010: mentre la domanda elettrica, a parte il crollo temporaneo del 2009, rimane inchiodata dal 2006-2007 sempre sugli stessi valori, e nell’ultimo trimestre mostra perfino una brusca diminuzione (sempre sul dato destagionalizzato), dal 2010 il Pil ha intrapreso una corsa solitaria affetta da pochissime e marginali interruzioni, fino alle brillanti prestazioni del secondo e soprattutto del terzo trimestre di quest’anno.

Chiarito quindi che il comportamento bizzarro del Pil americano rispetto ai consumi energetici è reale, robusto e significativo, abbiamo fatto un esercizio, calcolando il Pil come funzione del consumo energetico totale sulla base dei dati trimestrali del periodo 1984-2000, quindi confrontandolo con il Pil ufficialmente dichiarato.

Usa -PIL dichiarato vs modelloIl risultato di questo esercizio è illustrato nel grafico a fianco e mostra una “forbice” evidente già a partire dal 2000-2001, e molto più ampia dal 2010, che separa il Pil dichiarato da quello presumibilmente reale; ebbene, negli ultimi 15 anni il Pil reale non solo non ha mai superato per più del 10% i valori assunto nel 1998, ma a partire dall’inizio del 2009 non si è mai discostato, in media, proprio dai valori assunti nel 1998.

In altre parole, l’economia reale degli Stati Uniti non è affatto cresciuta dal 1998 a oggi e – forse ancora peggio per la credibilità di quel Paese – la differenza percentuale tra il Pil dichiarato e quello stimato come “reale” può essere oggi valutata intorno al 36%, che è un valore molto grande.

In termini assoluti, poiché il Pil annuale, sulla base dei dati disponibili dichiarati fino al terzo trimestre 2014, è stimato pari a circa 17.600 miliardi di dollari, la differenza tra le dichiarazioni e la realtà sarebbe dell’ordine di 4.600 miliardi di dollari di ricchezza mai prodotta, e questo soltanto nell’ultimo anno. Aggiungendo gli anni precedenti, guarda caso si raggiunge, e probabilmente si supera, il valore di tutti gli alleggerimenti quantitativi (QE – le iniezioni di liquidità fittizia nel sistema bancario e nell’economia americana) messi in campo dalla grande crisi del 2008-2009.

La realtà fondamentale e drammatica è che gli Stati Uniti non crescono più da almeno 15 anni, non sono mai usciti dalla recessione del 2008-2009, tutti gli interventi della Fed sono stati inutili, in condizioni normali il dollaro sarebbe poco più che carta straccia e il debito mostruoso sotto cui gli Usa sono seppelliti è definitivamente insolvibile.

Alla luce di quanto elaborato e “scoperto”, può essere più agevole anche ai meno esperti comprendere come quella del fracking e della presunta autosufficienza energetica americana costituiscano un falso e un fiasco colossale, come le imprese Usa impegnate nella esplorazione ed estrazione del petrolio e gas di scisto siano state finanziate invano e siano destinate a fallire una dopo l’altra, come per altro sta già accadendo, e soprattutto si rendono sempre più chiare le ragioni di un interventismo forsennato, disperato e solo apparentemente difficile da spiegare, in tutti i teatri geografici e geopolitici sedi di risorse energetiche ancora convenientemente sfruttabili (Medio Oriente, Russia, Venezuela), oppure di Paesi che si vanno distaccando dai circuiti finanziari a dominazione americana e quindi dal dollaro statunitense (Cina e ancora Russia). Nel mezzo, un’Europa che avrebbe i mezzi e le intelligenze per tirarsi fuori dalla palude in cui l’alleato d’oltre oceano la sta trascinando sempre più a fondo, ma manca di qualsiasi coraggio, capacità e volontà politica anche lontanamente in grado di contrastare gli ultimi pericolosissimi spasmi dell’enorme mostro ferito a morte.

Francesco Meneguzzo

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6 Commenti

  1. […] è semplicemente pessimo, secondo una tendenza che va avanti da quasi venti anni, come del resto suggerivamo tempo fa su queste colonne: “La Federal Reserve, fin dai primi tempi del mandato di  Alan Greenspan, ha utilizzato […]

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