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opec-petrolioVienna, 1 dic – Sembrava ormai fatta: i mercati, ultimamente in deciso affanno nell’azzeccare le previsioni, davano ormai l’accordo in sede Opec sul taglio alla produzione di petrolio praticamente per fallito. Pesava l’ostruzionismo russo, accanto a quello dell’Arabia Saudita non disposta a concedere spazi all’acerrimo nemico iraniano. E non deponevano a favore nemmeno i viaggi a vuoto fatti dai ministri di Algeria e Venezuela a Mosca per convincere il loro omologo ad aderire alle proposte dell’organizzazione.

Giù allora a picco i listini, capaci di perdere quasi il 10% nel giro di due giorni, da poco meno di 50$ al barile a sfiorare i 45. Un crollo che sarebbe proseguito se emiri e altri dominus del petrolio non avessero trovato, come da sentore viste le distanze alla vigilia, un accordo che definisse gli estremi dell’intesa di massima raggiunta mesi fa ad Algeri. I problemi sul tavolo erano sempre gli stessi: l’Iran che non intendeva congelare la produzione a pochi mesi dalla fine dell’embargo, l’Iraq con la necessità di continuare a pompare greggio per finanziare la guerra all’Isis, la Libia impegnata con il ripristino dei pozzi, la Russia (che membro Opec non è) a giocare di sponda dall’alto del suo essere il primo estrattore di oro nero al mondo. Convitato di pietra gli Stati Uniti, contro la resilienza dei quali si è infranta la strategia saudita di tenere i prezzi bassi per mettere fuori gioco i produttori americani di shale oil: scelta che ha dato pochi frutti, specie con la vittoria di Trump che sembra voler rispolverare il vecchio slogan repubblicano “Drill baby drill“.

Insomma, la ripartizione delle quote – 1,2 milioni di barili in meno al giorno – era impresa ardua. Almeno fino a ieri mattina quando il ministro iracheno del petrolio Jabbar al-Luaibi, appena prima del vertice, sibillinamente annunciava che l’accordo di sarebbe trovato. Cambio di polarizzazione dei mercati, con i listini fra Brent, Wti, Opec basket e altri ad impennarsi furiosamente. Fino all’annuncio: l’intesa c’è. O almeno, c’è per Arabia Saudita e Russia, che si accolleranno buona parte del peso. Un po’ meno per gli iraniani, che con un notevole ‘gesto tecnico’ diplomatico sono riusciti a spuntare al contrario un aumento delle quantità, concesso fino al recupero della produzione pre-sanzioni. Riyad e Mosca non potevano fare altrimenti, data la necessità di dare una sterzata a valori troppo bassi per essere sostenibili da parte di chi punta praticamente tutto (a differenza di Teheran, più abile nel diversificare) sui petrodollari.

Oltre all’accordo ed al successo della strategia iraniana – che apre nuovi scenari all’eterno conflitto che vede contrapposti gli ayatollah ai Saud – l’altra, ma non meno importante, notizia è che l’Opec, dopo anni di difficoltà, riacquista un minimo di quell’autorevolezza persa nel tempo fra attriti interni ed emergere di nuovi produttori esterni al consesso. Quello di ieri forse è solo un tentativo, fatto sta che l’organizzazione è, prepotentemente, tornata a dettare l’agenda del petrolio. Resta da vedere quanto potrà reggere.

Filippo Burla

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