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Roma, 10 giu – C’era bisogno che un comitato di esperti lavorasse quasi tre mesi per arrivare infine a mettere insieme, alla bell’e meglio, un elenco dei desideri che potrebbe essere stato benissimo scritto copiando e incollando stralci di quelli che potrebbero essere i programmi elettorali – anch’essi (salvo lodevoli eccezioni) per definizione libri dei sogni – di un qualsiasi insieme di partiti presi a caso? Domanda retorica, la cui risposta la si può trovare nelle 121 pagine del documento «Iniziative per il rilancio “Italia 2020-2022”», altrimenti noto come “piano Colao“.

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Intendiamoci: nel piano non mancano proposte interessanti, a partire dal sostegno alle reti d’impresa, passando per le misure a supporto dell’export per arrivare alla compensazione tra debiti fiscali e crediti vantati dalle aziende verso la pubblica amministrazione. Accanto a queste, spuntano però anche idee banali e scontate (nonché inutili), come l’idea di disincentivare (persino tassando) l’uso del contante.

Dove sono gli investimenti (pubblici)?

Al di là di questo, tuttavia, c’è poco o nulla di quanto servirebbe realmente all’Italia. A partire dagli investimenti pubblici, quelle spese cioè che danno frutti – e a beneficio di tutti: si pensa a strade, ferrovie, ospedali, edilizia scolastica – non nell’immediato ma nel medio-lungo periodo ma che soffrono da anni di un cronico sottofinanziamento: siamo costantemente in fondo alle classifiche europee, ben al di sotto della media continentale. E dire che di necessità non ne mancano: dall’alta velocità per il Mezzogiorno, passando per lo stato pietoso di molte importanti arterie viarie (per non dire della vexata quaestio delle concessioni autostradali) arrivando al dissesto idrogeologico che tocca quasi l’intero territorio nazionale.

Una tendenza, quella per gli investimenti, che segue di pari passo l’andamento di una spesa pubblica con il freno a mano tirato in nome del rispetto dei vincoli europei. Si fa presto a parlare di spesa eccessiva, meno agevole è riconoscere che dai massimi del 2013 (51%), in rapporto al Pil è calata di oltre 2 punti. Uno scarto forse piccolo dal punto di vista percentuale, ma che tradotto in moneta sonante significa decine di miliardi sottratti al bilancio dello Stato.

Deficit per recuperare la domanda interna

Da qui forse era giusto ripartire se di vero “rilancio” si vuole parlare, tanto più che in questi mesi si sono aperte finestre a dir poco immense per la contabilità del ministero dell’Economia. Al di là dell’allentamento (temporaneo) dei paletti di Bruxelles, basti pensare ai record di domanda dei nostri Btp: nell’ultima asta le richieste hanno superato i 100 miliardi a fronte dei 15 miliardi che il governo si apprestava a collocare. Non sfruttare l’opportunità significa condannarci ad un’austerità implicita, invece di agire a deficit come sarebbe normale, per tornare a sostenere quella domanda interna da anni ferma al palo, nell’insensata rincorsa – secondo il modello tedesco – alla domanda estera i cui effetti negativi li stavamo già sentendo (in termini di probabilissima recessione in arrivo) già da prima dell’esplodere della pandemia.

Insomma, gli spazi ci sarebbero pure per cercare di recuperare il tempo perduto. Peccato che il governo sembri orientato verso tutt’altri lidi, ad esempio quelli del Recovery Fund (o del Mes, che poi è la stessa cosa) che, ammesso parta realmente, non potrà offrire alcun contributo – soggetto peraltro a precise condizioni – prima dell’anno prossimo, ad essere generosi. Intanto possiamo consolarci con il pensiero illusorio del piano Colao.

Filippo Burla

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