Roma, 30 mar – Tra il 2005 e il 2007 furono pubblicati due ricerche originali e a loro modo rivoluzionarie, la prima di Geoffrey B. West e James H. Brown sul The Journal of Experimental Biology, la seconda dello stesso West con altri autori sul prestigioso Proceedings of the National Academy of Sciences, ambedue dedicate allo studio del rapporto tra la velocità di crescita e la dimensione – la prima nelle strutture biologiche, dal genoma agli ecosistemi, la seconda nelle città – in cui sono messe in relazione al numero di abitanti alcune caratteristiche vitali quali la ricchezza prodotta e la velocità di innovazione.

Lo studioso americano di sistemi complessi Bodhi Paul Chefurka ha provato che il Pil mondiale cresce con la popolazione esattamente nello stesso modo previsto per le strutture biologiche e le città in quei due saggi, in particolare il Pil cresce molto più velocemente rispetto alla popolazione, riflettendo la capacità cooperativa e sinergica dell’umanità, in altre parole l’abilità a “fare sistema”, per cui dieci persone insieme producono molto di più rispetto alla somma delle produzioni individuali e separate.

Pil_mondo
Rapporto tra Pil e popolazione a livello mondiale: confermate le teorie di scaling non-lineare

Abbiamo per prima cosa verificato indipendentemente la correttezza dell’ipotesi per cui il Pil mondiale crescesse più velocemente della popolazione: il risultato -affermativo – è riprodotto nella figura a fianco. Il Pil cresce come una potenza ad esponente 2,16 della popolazione mondiale.

Abbiamo quindi preso in considerazione tre nazioni europee con economie relativamente simili, in particolare l’Italia, la Germania e la Francia; soprattutto le prime due, in realtà, perché caratterizzate da un forte settore manifatturiero articolato in miriadi di distretti specializzati.

A partire dai dati demografici e finanziari forniti dall’Ocse, il modello della ricchezza nazionale è stato verificato funzionare molto bene quando si consideri un ritardo di 25 anni tra popolazione e Pil, che non è casuale in quanto corrisponde al tempo medio che un neonato impiega per raggiungere la piena attività lavorativa. Considerando il Pil annuale dal 1975 -quindi la popolazione dal 1950- la corrispondenza tra modello e realtà, mostrata nella figura seguente, è impressionante per tutte e tre le nazioni fino al 1999, anno fatidico in cui furono fissate le parità tra le monete nazionali e quella che di lì a tre anni sarebbe diventata la moneta unica circolante, l’euro. A partire dal 1999, il Pil tedesco prese a crescere molto più rapidamente rispetto a quanto avrebbe dovuto – anzi, in base all’andamento demografico non avrebbe dovuto crescere ulteriormente. Il cambio favorevole tra euro e marco ha evidentemente giocato un ruolo primario.

Italia+Germania+Francia
Confronto tra le tendenze dei Pil italiano, tedesco e francese. Vedi testo per la spiegazione

Il Pil francese ha proseguito invece a crescere come previsto praticamente fino a oggi, manifestando un relativo rallentamento, ma sempre in fase positiva, solo dal 2012, se si eccettua il momentaneo crollo del 2008-2009 per la nota crisi finanziaria.

Il Pil italiano mostra un andamento molto simile a quello francese fino al 2007, mentre successivamente, in particolare dal 2011, diverge definitivamente e negativamente dalle previsioni, fino a totalizzare una differenza intorno al 10% nel 2014 – qualcosa come 164 miliardi di dollari o, al cambio attuale, circa 150 miliardi di euro in meno rispetto alle attese.

Dall’andamento del Pil italiano, e dal confronto con quelli degli altri due vicini europei in rapporto alle relative popolazioni, e alla composizione stessa dei residenti, emergono tuttavia alcune evidenze straordinarie.

Per prima cosa, fino al 1999 i Pil italiano e tedesco sono cresciuti molto più di quello francese rispetto all’andamento delle rispettive popolazioni, con il medesimo coefficiente pari a 3,8, contro quello transalpino pari a un più modesto 2,7. Italiani e tedeschi, in altre parole sono riusciti – ciascun popolo nella propria nazione – a “fare sistema” meglio dei francesi.

A questo punto sorge una domanda: perché il Pil francese ha recuperato negli ultimi cinque anni quanto perduto nel biennio 2008-2009, mentre l’Italia non lo ha fatto?

La crescita demografica “naturale” italiana si è quasi improvvisamente interrotta intorno al 1982 e la relativa popolazione, al contrario di  quella francese, non è più aumentata, anzi è leggermente diminuita fino a oggi. Secondo il modello proposto e verificato, il Pil degli ultimi cinque anni “risponde” proprio alle variazioni demografiche della seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, il che quantomeno contribuisce a spiegare la mancata ripresa dell’Italia dal 2010 a oggi.

Tuttavia, già avviatasi nell’ultimo decennio del secolo scorso, dal 2001-2002 è iniziato in Italia il vero e proprio assalto dell’immigrazione, che da quel momento diventa inarrestabile, tanto che la popolazione straniera, pari a meno del 2% del totale nel 1998, raggiunge l’8,5% nel 2014, con oltre cinque milioni di persone. Niente di tutto questo è avvenuto in Germania e Francia: nella prima i residenti stranieri sono invero molti di più, ma sostanzialmente stabili dall’inizio degli anni ’90, mentre in Francia si tratta per lo più di ex abitanti delle colonie, che progressivamente hanno acquisito la cittadinanza transalpina.

Ebbene, nonostante che tale immigrazione in Italia sia stata costituita in gran parte da persone adulte in età lavorativa, quindi potenzialmente in grado di contribuire alla ricchezza nazionale, non solo la curva del Pil si è avvicinata molto di più a quella prevista in base alla sola popolazione “naturale”, cioè di nascita italiana, ma si colloca perfino al di sotto di questa.

In base al modello demografico della ricchezza nazionale, quindi, l’effetto dell’immigrazione deregolata e dequalificata, completamente estranea alla lingua, ai valori e alla storia della nostra nazione, è stato nella migliore delle ipotesi nullo, e probabilmente perfino negativo. Tanto che, se invece della vera e propria “sostituzione di popolo” che stiamo subendo fosse stata incentivata la natalità naturale in Italia, il Pil sarebbe oggi in leggera crescita e, come il caso francese dimostra, sarebbe tornato almeno ai livelli del 2007.

Confronto dei Pil pro-capite di Italia, Germania e Francia. Per l’Italia, è stato valutato sia quello reale sia quello in assenza di immigrati

Essendo stimato praticamente nullo il contributo reale dell’immigrazione alla ricchezza italiana, nel confronto tra i Pil pro-capite delle nazioni considerate, si è valutato per l’Italia sia il valore reale sia quello che sarebbe risultato in assenza di immigrati.

L’esito è impietoso e conferma quanto già ottenuto in precedenzadal 2007, a fronte di una crescita significativa per la Germania e un recupero pressoché completo per la Francia, la ricchezza pro-capite in Italia è crollata da quasi 30 mila dollari a poco più di 26 mila. In assenza di immigrati, il Pil pro-capite nell’anno 2014 sarebbe stato superiore di circa 2500 dollari, cioè circa 2000 euro.

A tanto ammonta, secondo una stima molto prudente, il costo delle politiche dell’immigrazione condotte negli ultimi 20 anni in Italia.

Francesco Meneguzzo

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