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Roma, 24 apr – Un libro degli orrori sulle privatizzazioni. Non c’è altro modo per definire la richiesta di rinvio a giudizio formulata dalla Procura di Genova, che chiede il processo dei vertici di Autostrade per la tragedia del Ponte Morandi. Un evento che non si può imputare alla fatalità. Tutto il contrario. Fu il risultato della (pessima) gestione da parte della società, più impegnata a risparmiare sulle manutenzioni “così distribuiamo più utili e Gilberto e tutta la famiglia sono contenti“, come ebbe a dire Gianni Mion, ex dominus di Edizione, la finanziaria della dinastia Benetton.



C’è l’omicidio colposo plurimo, c’è il disastro, l’attentato alla sicurezza dei trasporti, il falso. E potrebbero pure spuntare l’omicidio stradale e l’omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro. I magistrati del capoluogo ligure non hanno lesinato impegno nel ricostruire le tappe che portarono, nell’agosto 2018, al crollo del Ponte Morandi. Arrivando a chiedere il processo per ben 69 imputati. Con un convitato di pietra: il governo. O meglio: i tre governi che si sono succeduti da quella terribile vigilia di ferragosto ad oggi.

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I lavori sul Ponte Morandi calati del 98%

E’ da allora che, ciclicamente, si invocano decisioni definitive sul futuro di Autostrade. “Revoca” è la parola più usata (anzi: abusata, dato che presumibilmente non se ne farà nulla), non senza ragione. Un iter complesso, irto di difficoltà (anche dal lato economico) ma non per questo impercorribile. Anzi: è probabilmente l’unica strada che possa coniugare un aspetto di equità – se i Benetton non sono stati capaci di gestire la concessione è vergognoso ricoprirli con una buonuscita miliardaria – e di ripristino dell’efficienza.

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Perché parliamoci chiaro. I numeri relativi al Ponte Morandi sono lì a dimostrarlo: da quando Autostrade è stata privatizzata, l’ammontare dei lavori di manutenzione al viadotto Polcevera è calato del 98%. A dire quasi azzerato. Un controsenso per una struttura già malmessa, che diventa normalità se questi lavori erano considerati solo un fastidioso ostacolo tra i Benetton e la loro corsa ai ricchi dividendi. E’ la normale logica di un monopolio naturale che finisce in mani private: per quale motivo il titolare della concessione dovrebbe avere degli incentivi ad aprire il portafogli quando può godere della rendita di posizione? Non vale il discorso della mancanza di regolamentazione: se fosse stata più stringente, chi avrebbe mai investito? Domanda retorica.

Filippo Burla

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