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assenteista[1]Roma, 26 giu – La Pubblica Amministrazione italiana spreca troppe risorse per l’acquisto di beni e servizi.  Questo è quanto emerge da uno studio della Cgia di Mestre. Secondo gli artigiani di Mestre: “La spesa per consumi intermedi della Pa italiana si attesta attorno ai novanta miliardi di euro e pesa per il 5,6 per cento del Pil, un dato più elevato rispetto a tutti nostri i principali competitor: in Spagna, ad esempio, la spesa per l’acquisto di beni e servizi si ferma al 5,3 %, in Francia al 5,2 % mentre in Germania ad appena il 4,8 % del Pil”. In pratica, come sottolinea il coordinatore dell’Ufficio Studi della CGIA Paolo Zabeo: “Al netto degli stipendi, una buona parte della spesa per garantire il funzionamento della macchina amministrativa italiana non è efficiente”. Quando si parla di consumi intermedi si parla di “spese di manutenzione ordinaria, gli acquisti di cancelleria, le spese energetiche e di esercizio dei mezzi di trasporto, i servizi di ricerca e sviluppo e di formazione del personale acquistati all’esterno, la quota parte annuale di acquisto di macchinari”.

Bisogna dire che non è la prima volta che Zabeo sottolinea l’inefficienza del nostro apparato burocratico. Il diciannove marzo scorso, infatti, la Cgia rilevava che la Pa nel meridione è la peggiore d’Europa. Lo studio fa riferimento all’European Quality of Government Index (EQI). Il suddetto indice è il risultato di un’indagine sulla corruzione e la governance a livello regionale in Europa, condotta la prima volta nel 2010 e successivamente nel 2013.  In pratica, l’indice finale della qualità della Pa è frutto di un mix di quesiti posti ai cittadini che riguardano la qualità dei servizi pubblici, l’imparzialità con la quale questi vengono assegnati e la corruzione. Nello specifico i quesiti convergono su tre servizi pubblici che hanno valenza più “territoriale”: formazione, sanità e pubblica sicurezza; l’indice finale, oltre ai dati delle indagini regionali, tenendo conto anche di altri servizi più generali (ad esempio la giustizia) ed includendo alcuni indicatori del WGI data della Banca mondiale (dati nazionali). Il risultato è stato pessimo. Rispetto ai 206 territori interessati dallo studio, le regioni del Sud d’Italia compaiono per sette volte nel rank dei peggiori trenta, con la Campania che si classifica addirittura al 202° posto. Nell’indice di qualità del settore pubblico, il Mezzogiorno è in compagnia di Turchia, Bulgaria, Romania e Serbia.

“Il quadro dipinto da questo indice europeo – sosteneva il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – evidenzia come l’Italia sia il Paese che presenta, al suo interno, la più ampia variabilità in termini di qualità della PA, tra le prime regioni del Nord e le ultime del Sud. Si pensi che, secondo quanto indicato dal Fondo Monetario Internazionale, se l’efficienza del settore pubblico si attestasse sui livelli ottenuti dai primi territori italiani, come le province di Trento e di Bolzano, la produttività di un’impresa media potrebbe crescere del 5-10 per cento e il Pil italiano di due punti percentuali, ovvero di trenta miliardi di euro”. Il governo sembra, però, andare in una direzione completamente opposta. Infatti, non si affrontano le problematiche strutturali legati principalmente al clientelismo, ma si punta trovare il capro espiatorio nel dipendente fannullone. Sicuramente, nella nostra Pa non mancano braccia rubate all’agricoltura. Il problema è che sono state messe dietro una scrivania in cambio di un pugno di voti. Inoltre è bene ricordare che la maggiore fonte di sprechi è dovuta all’esternalizzazione di servizi affidati a cooperative legate a varie consorterie politiche. Per nascondere la triste realtà si addossano le colpe sull’assenteista, unica causa del malfunzionamento dell’italica burocrazia.

Il Consiglio dei Ministri, infatti, su proposta del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia, ha approvato, in esame definitivo, un decreto legislativo antifannulloni. Nello specifico, il decreto interviene sulla disciplina prevista per la fattispecie di illecito disciplinare denominata falsa attestazione della presenza in servizio: “Al dipendente colto in flagrante sarà applicata la sospensione cautelare entro quarantotto ore e attivato il procedimento disciplinare che dovrà concludersi entro trenta giorni. E’ prevista la responsabilità disciplinare del dirigente (o del responsabile del servizio) che non proceda alla sospensione e all’avvio del procedimento”. In realtà, non serve nessuna legge per garantire la puntualità del dipendente sul luogo di lavoro. Vediamo perché. Basterebbe utilizzare un software che accerti l’inizio dell’attività del lavoratore. Si chiama timbratura da terminale. Ossia, per essere puntuale non basta la presenza in ufficio, ma è necessario accendere il pc inserendo nome utente e password. Nessuna videocamera, dunque. Men che meno impronte digitali. Basterebbe una semplice operazione di login. È l’uovo di Colombo. A meno che non si voglia usare il tema dell’assenteismo come arma di distrazione di massa. Infatti, è strano che il nostro premier 2.0, ancora non abbia pensato ad una soluzione così pratica. Speriamo che trovi l’illuminazione nel suo prossimo viaggio nella Silicon Valley.

Salvatore Recupero

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