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Roma, 15 Nov – Nonostante le promesse del governo, le pmi continuano a pagare il prezzo più alto nella crisi economica che stiamo vivendo. Questo è un tema che è stato affrontato spesso, ma, quasi ogni giorno, abbiamo la conferma che nessuno vuole invertire la rotta. Andiamo con ordine.

I debiti della Pubblica amministrazione

Come tutti sappiamo il governo fa di tutto per dimostrare il suo appoggio a tutte le categorie colpite dalla crisi ed in particolar modo, alle pmi. Nonostante questo, però, le piccole e medie imprese continuano ad essere fortemente penalizzate non solo dal fisco e dalla burocrazia ma soprattutto dalle inadempienze degli enti locali e della Pubblica amministrazione in genere.

Nella “Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2019”, pubblicata lo scorso giugno, anche la Corte dei Conti denuncia la gravità di questa situazione. La magistratura contabile sottolinea: “Negli ultimi tempi gli enti pubblici stanno tendenzialmente onorando con puntualità le scadenze di importo maggiore, ritardando invece premeditatamente il pagamento di quelle più modeste”. Ovviamente gli appalti affidati alle pmi non raggiungono cifre esorbitanti e quindi i “piccoli imprenditori” dovranno attendere pazientemente il loro turno. Così, però, molte aziende rischiano di chiudere senza poter saldare dipendenti e fornitori. Inoltre, chi lavora per queste aziende quest’anno rischia di rimanere senza tredicesima, nonostante abbia lavorato. Insomma, si alimenta un circolo vizioso che mina la tenuta del nostro sistema economico.

Manca la volontà politica di pagare le imprese

L’ultimo rapporto della Cgia di Mestre ci dimostra che i debiti non vengono pagati non per carenza di liquidi ma perché manca la volontà di farlo.  Il governo Conte ha stanziato 12 miliardi di euro per consentire alle Asl, alle regioni e agli Enti locali il pagamento dei debiti commerciali scaduti entro il 31 dicembre 2019. “Ebbene – sottolineano gli artigiani mestrini – solo poco più di 2 miliardi sono stati richiesti da questi soggetti pubblici alla Cassa Depositi e Prestiti per saldare i propri creditori”.

Dopo il flop del primo decreto il nostro premier ha riaperto i termini per accedere al prestito: dal 21 settembre fino allo scorso 9 ottobre gli enti territoriali hanno avuto una nuova possibilità per usare le risorse stanziate dall’esecutivo. Risultato? Il totale delle richieste ammonta a 110 milioni di euro. Pertanto le regioni non solo non sanno spendere i soldi che hanno, ma non hanno neanche voglia di richiederli se servono per pagare i debiti con le pmi. Eppure il prestito sarebbe vantaggioso: con una durata di 30 anni e un tasso dell’1,22%.

Come uscire dal pantano

Non stupisce, dunque che “secondo i dati presentati dall’ Eurostat nell’ottobre scorso, negli ultimi 4 anni i debiti commerciali nel nostro Paese di sola parte corrente sono in costante aumento. Nel 2019 lo stock ha toccato i 47,4 miliardi di euro. Nonostante le promesse politiche e gli impegni di spesa presi dalle Amministrazioni pubbliche, le imprese fornitrici faticano sempre più a farsi pagare”. La Cgia, inoltre denuncia che nessuno sa a quanto ammonta ufficialmente il debito commerciale complessivo della nostra Pubblica amministrazione, “sebbene da qualche anno le imprese che lavorano per il pubblico abbiano l’obbligo di emettere la fattura elettronica”.

Detto ciò, se l’esecutivo non vuole soffocare le pmi deve usare le maniere forti: consentire per legge “la compensazione secca, diretta e universale tra i debiti della Pa verso le imprese e le passività fiscali e contributive in capo a queste ultime”. A dirlo è Paolo Zabeo coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia, a farlo dovrebbe essere il governo “per ristabilirebbe un principio di civiltà giuridica: le forniture di merci o le prestazioni di servizio devono essere onorate dal committente pubblico così come previsto dalla legge; entro 30 giorni o al massimo 60 in determinati settori, come quello sanitario”.

Salvatore Recupero

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