Roma, 27 apr – Mentre il governo è impegnato nella stesura e trasmissione all’Ue del piano nazionale italiano di ripresa, emergono sempre più dettagli sulla natura – nonchè sull'(in)utilità – della complessa architettura del Recovery Fund. Già la conoscevamo, ma adesso i numeri messi nero su bianco depongono a favore delle (peggiori) ipotesi che avanzavamo. Confermando che non vi sarà alcuna pioggia di miliardi.

Quanto ci costerà il Recovery Fund

Sul fatto che dovessimo pagare per utilizzare i nostri soldi, il punto ormai era ed è pacifico. Eccezion fatta per chi è a digiuno di partita doppia e all’esame di Ragioneria (primo anno) verrebbe bocciato con lancio del libretto.

Il conto è facile. Tolti i prestiti, che per definizione sono da restituire, il Next Generation Eu destina per l’Italia all’incirca 80 miliardi a fondo perduto. Risorse a valere sul bilancio Ue, di cui il Recovery Fund è di fatto estensione. Sempre l’Italia contribuirà però a tale “allargamento” (perché i sottoscrittori delle obbligazioni di Bruxelles andranno rimborsati) per 50 miliardi, facendo dunque scendere il contributo che ci spetterà a 30.

Non è però tutto qui, perché il conto sarebbe parziale. Nel frattempo, infatti, il normale bilancio comunitario continuerà ad esistere. E rispetto ad esso continueremo a rimanere contribuenti netti (verseremo più di quanto ci tornerà sotto forma di programmi Ue) per circa 50 miliardi. Ebbene, trenta meno cinquanta fa esattamente -20 miliardi da qui al 2027. Questo è l’ultimo rigo di bilancio.

Così finanzieremo la crescita (altrui)

Anche escludendo l’ultimo passaggio – limitandoci quindi al capitolo delle risorse a fondo perduto e tacendo della sequela di condizioni capestro da commissariamento semi-permanente – gli effetti del Recovery Fund stentano comunque a vedersi. I numeri ci vengono direttamente dal Pnrr appena (ri)scritto dal governo Draghi. Vediamoli. Da qui al 2026, l’impatto sul Pil andrà da un minimo dell’1,8 ad un massimo del 3,6%. Meno dall’1% in più ogni 12 mesi. Niente male considerando che solo nel 2020 abbiamo perso l’8,9%. Quando si dice il tempismo, considerando che nella migliore delle ipotesi vedremo i primi euro verso la fine di quest’anno. Non un dato entusiasmante, ma il bello deve ancora venire.

Perché è vero che, allo stesso tempo, gli investimenti cresceranno e pure in doppia cifra. Al prezzo, però, di un peggioramento della bilancia commerciale: l’impatto macroeconomico del Pnrr parla di un effetto maggiore sulle importazioni (compreremo beni e tecnologie estere) rispetto alle esportazioni, con le seconde addirittura in territorio negativo nei primi tre anni del piano. In altre parole: inseguiremo i desiderata Ue finanziando generosamente la crescita altrui. Magari quella della riconversione dell’industria (automobilistica e non solo) tedesca.

Filippo Burla

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6 Commenti

  1. Questa confusione di numeri è praticamente incomprensibile per noi umani, quello che si è capito che Draghi ci sta portando direttamente nell’occhio del ciclone, ma quello che non capisco è perchè dovrebbe tradire il paese che governa in questo momento, e che comunque gli ha dato fiducia, e perchè nessuno sta cercando di fermarlo, e perchè nessuno ci spiega semplicemente cosa sta accadendo.

  2. Non c’è da meravigliarsi, l’ Italia è trattata come un pura e semplice azienda.
    Firma Facile sta svolgendo il compito come se fosse un funzionario di banca in visita alla azienda, prova ne è che giorni fa ha motivato le difficoltà della nostra nazione esponendo i ns. errori di politica economica e finanziaria di qualche decennio fa, senza minimamente accennare alle cause!|
    Dalle scuole sino alle Università, di ogni genere e grado, sono usciti italiani non correttamente preparati e pure influenzati da insegnanti della internazionale rossa poi fallita… Ma guai a dirlo.
    Questo comportamento non è da premier, da presidente del consiglio, da italiano che ama gli italiani.
    Poca o tanta, la liquidità non capestro va posta nelle scuole per rivoluzionarle da capo a piedi. Specie con le famiglie perlopiù disastrate di oggigiorno.

  3. […] Si spengono così, almeno per il momento, le velleità di Berlino. A gettare acqua sul fuoco della passione teutonica è il vice presidente della Commissione Valdis Dombrovskis, spiegando che “per il mix energetico del futuro abbiamo bisogno di più rinnovabili ma anche di fonti stabili”. L’oltranzismo tedesco non ne esce comunque con le ossa rotte: tramite il Recovery Fund saremo comunque noi a finanziare le loro spese di riconversione. […]

  4. […] Si spengono così, almeno per il momento, le velleità di Berlino. A gettare acqua sul fuoco della passione teutonica è il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, spiegando che “per il mix energetico del futuro abbiamo bisogno di più rinnovabili ma anche di fonti stabili”. L’oltranzismo tedesco non ne esce comunque con le ossa rotte: tramite il Recovery Fund saremo comunque noi a finanziare le loro spese di riconversione. […]

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