Roma, 24 ott – I saldi esatti della prossima manovra non sono ancora noti nel dettaglio, ma di una cosa possiamo essere certi: il reddito di cittadinanza verrà rifinanziato. Non solo: è sicuro che la relativa voce di spesa sarà ritoccata all’insù. Chi parla di un miliardo, chi raddoppia la stima. Facendo segnare il punto a favore di un M5S che tenta così di dimostrare, dopo il tracollo delle amministrative, di essere ancora vivo. La strada, insomma, è tracciata verso il superamento dei 7,7 miliardi previsti l’anno prossimo. Plausibile pensare che si arrivi a sfiorare i 9. Questo a fronte di alcuni “correttivi” promessi dal premier Draghi, che però non modificheranno sostanzialmente l’impianto della misura. La quale, al di là delle sempre più frequenti truffe, non solo si dimostra inefficiente, ma anche del tutto inefficace.



Le risorse per il reddito di cittadinanza? Meglio usarle per abbattere il costo del lavoro

La logica del reddito di cittadinanza doveva essere a doppio binario. Da un lato l’assegno mensile a favore di chi era senza lavoro. Dall’altro la ricerca attiva di un impiego coadiuvata dai famosi “navigator”, che si è risolta in un nulla o poco più. Ad un costo salatissimo per le casse pubbliche, peraltro. Scontata la domanda, a questo punto: ma quei miliardi non potevano (e potrebbero) essere usati meglio? Ad esempio per cercare di ridurre una disoccupazione stabilmente in doppia cifra (su mandato Ue) agendo anzitutto sul costo dell’impiego, atteso che una delle cause alla radice non è la scarsa offerta ma la pessima dinamica della domanda di lavoro. Il Jobs Act ha agito sul primo elemento, lasciando al secondo le briciole. La disoccupazione calava, è vero: terminati gli incentivi è tornata a salire.

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I conti sono presto fatti. Ogni punto di riduzione del cuneo fiscale vale all’incirca 2,5 miliardi. Cifra che scende a 300/350 milioni se parliamo di taglio solo per i neoassunti. Le combinazioni possibili per arrivare ai 9 miliardi che ci costerà il reddito di cittadinanza nel 2021 sono pressoché infinite. Certo, il presupposto deve essere quello di voler seriamente affrontare il nodo della disoccupazione, specie quella giovanile. obiettivo che – ormai lo si può dare per assodato – non era tra i prioritari dell’assegno governativo. Lecito supporre, nell’epoca della deflazione salariale ad ogni costo, che non lo sia nemmeno mai stato.

Filippo Burla

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