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renzi debito pubblicoRoma, 17 giu – Ieri un comunicato dell’Adusbef ha rovinato la giornata al nostro premier. Secondo l’associazione “il debito pubblico è cresciuto, nei ventisei mesi del governo Renzi, di 123 miliardi di euro, il che equivale a quasi cinque miliardi di euro al mese, circa 160 milioni di euro al giorno, 6.6 milioni all’ora, 110mila euro al minuto, 1.833 euro ogni secondo”.  Ciò che dice l’Adusbef è il frutto di calcoli effettuati sulla base dell’ultimo bollettino della Banca d’Italia. Infatti, secondo quanto si ricava dalle tabelle Via Nazionale, il debito pubblico è salito a 2.230,845 miliardi contro i 2.228,7 miliardi di marzo. Inoltre sale la quota del debito pubblico italiano in mano agli stranieri: secondo quanto si ricava dalle tabelle dell’istituto ammonta a 776 miliardi di euro di cui 730 miliardi in titoli di Stato sul totale di 2228 miliardi del debito pubblico di marzo. In percentuale sul totale passa così dal 33,6 di febbraio al 34,8%.



Non sono, certo, risultati lusinghieri. Anche alla luce anche di quanto affermava il ministro dell’Economia. In occasione della presentazione del Def, Pier Carlo Padoan aveva detto: “Nel 2018 questo incubo di questa montagna di debito che può attivare terribili regole di taglio della ghigliottina andrà finalmente via e credo che per la prospettiva dell’Italia questo sarà un risultato importante”. Non è necessaria una laurea in economia per capire che la promessa del governo è fallace. Magari, però, qualcuno pensa che il debito aumenta perché Renzi ha abbassato la pressione fiscale con l’abolizione dell’Imu sulla prima casa. In realtà le cose vanno proprio così. Vediamo perché. Ieri il premier sulla sua pagina Facebook affermava in maniera perentoria che “per la prima volta le tasse vanno giù. Le chiacchiere stanno a zero, qui non si parla di promesse ma di risultati verificabili. Quasi venti milioni di famiglie non pagano la Tasi prima casa, Abbiamo anche eliminato l’Imu imbullonati, Irap e Imu agricola”. Sarebbe fin troppo facile far notare che quasi tutti questi tributi portavano la firma del Partito Democratico. Ma proviamo a raccogliere la sfida di Renzi, verificando i dati da lui evidenziati.

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Per farlo partiamo da uno studio della Uil. Ieri, infatti, circa venticinque milioni di proprietari di immobili diversi dall’abitazione principale (di cui il 76% lavoratori dipendenti e pensionati), hanno pagato l’acconto dell’ Imu/Tasi. Dopo l’abolizione della Tasi sull’abitazione principale, quest’anno l’acconto sarà di 10,1 miliardi di euro (20,2 miliardi di euro in totale). “Anche se sull’abitazione principale non si pagano più le imposte – spiega il segretario confederale Guglielmo Loy – per 3,5 milioni di proprietari non è proprio così. Si tratta di coloro che possiedono una seconda pertinenza dell’abitazione principale della stessa categoria catastale (cantine, garage, posti auto, tettoie) per la quale l’Imu/Tasi va versata con l’aliquota che spesso è quella delle seconde case, con costi medi di 55 euro, con punte di 110 euro”. Parlare di No Tax Day riferendosi alla giornata di ieri (come ha fatto Renzi) ha un sapore un po’ beffardo. In pratica, anche se viene abolita la tassa sulla prima casa il gettito legato alla proprietà immobiliare nel suo complesso rischia di rimanere invariato. A fine anno, dunque, sarà bene fare i conti per capire se c’è stato un effettivo risparmio per le famiglie.

Anche Renato Brunetta ha fatto due conti per smontare i facili entusiasmi del Pd. “Nel 2013, con l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa il gettito – ha affermato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera, in un editoriale pubblicato da Il Giornale – avrebbe dovuto attestarsi intorno a 20 miliardi. L’anno dopo, con l’introduzione di Tasi (tassa sui servizi indivisibili) e Tari (tassa sui rifiuti), i margini dei Comuni sono stati ulteriormente ampliati, e nel 2014 il gettito ha superato i 30 miliardi di euro, livello a cui si è attestato anche nel 2015. Un aumento, rispetto al governo Berlusconi, di venti miliardi, tutti gravanti sulle tasche degli italiani”.

La politica economica italiana, dunque, non cambia verso. Anzi, è perfettamente coerente con ciò che è stato fatto in questi anni sul versante del debito pubblico e della pressione fiscale. Nel 2005 la pressione fiscale era al 39,1% del prodotto interno lordo  nel 2015 si è assestata al 43,5%.  Contemporaneamente sono aumenti gli incassi per lo Stato, passati dal 42,5% del pil al 47,6%; un aumento del gettito fiscale a cui non ha fatto seguito un contenimento del debito, schizzato al 132,7% del pil nel 2015 rispetto al 101,9% del 2005. Questo è quanto emerge da un recente studio di Unimpresa in cui inoltre si evince che su pressione fiscale e livello del debito pubblico superiamo Europa e Usa.

Tornado ai buoni propositi della coppia Renzi-Padoan, possiamo certamente affermare che sono uomini di parola. Infatti, per loro ogni promessa è debito, pubblico però.

Salvatore Recupero

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1 commento

  1. Il che significa che se tornassimo alla lira , il 66% sarebbe in mano italiane quindi anche il 66% degli interssi = a circa 60 Mdi/anno.

    Quanto al debito “estero” sarebbe di “soli” 758 Mdi ovvero meno del circolante, senza contare il nostro “credito estero”, bilanciando il quale, residuerebbero meno di 300 Mdi in dare.

    Ma NON VOGLIONO, INCLUSI I NOTSRI INCIUCIONI, TORNARE ALLA LIRA, PERCHE’ NON POTREBBERO PIU SPECULARE/RUBARE

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