Roma, 30 nov – Le dichiarazioni a favore di un ritorno all’Iri espresso dal ministro Patuanelli nel corso di un’audizione al Senato suggerisce qualche riflessione su ciò che l’Istituto per la Ricostruzione Industriale ha rappresentato nella storia economica italiana del Novecento prima del suo prodiano smantellamento.

Perché nacque l’Iri

L’Iri fu creato nel 1933 non solo per rilevare le partecipazioni azionarie e creditizie delle banche dopo la crisi del 1929, ma anche per mettere a punto le strategie economiche atte a evitare che in futuro si fossero ripresentate le condizioni che avevano portato al dissesto. Non a caso, la Legge bancaria del 1936 fu redatta proprio all’Iri. Un Ente, insomma, chiamato a definire la nuova tipologia di «decollo industriale che era stata imposta al nostro Paese» e volto «ad adottare tecniche alle quali i Paesi già industrializzati erano pervenuti gradualmente nel corso di decenni»[1].

Artefice dell’operazione fu Donato Menichella che organizzò i quadri dirigenti dell’Iri assorbendo in esso ingegneri e periti dalla Società Finanziaria Industriale Italiana (Sofindit), dalla Elettrofinanziaria e da altre realtà del mondo industriale e finanziario. La prima, su tutte, divenne il “braccio operativo” dell’Iri. Dai suoi quadri vennero prelevati: Agostino Rocca, Domenico Comelli, Roberto Einaudi, Gianfranco Villa, Angelo Bartesaghi, Mario Borgnini, Carlo Rodanò, Giuseppe Scavia, Franco Ratti, Eugenio Gualdi, Oscar Sinigaglia, Giulio Dolcetta e Angelo Forti.

Alcuni di questi giovani tecnocrati, divennero dei veri e propri fautori dell’«italico organisierter Kapitalismus alla Rathenau»[2]. Nacque così un’élite tecnica, che non sarebbe errato definire tecnocratica, la quale svolse un ruolo fondante nel riassetto economico dopo “la grande crisi”.

L’Iri protagonista dell’industrializzazione

A rendere unica l’esperienza della «creazione dell’istituto dell’azionariato di Stato in un’economia mista»[3] fu l’ambizione che mosse il “progetto-Iri”: erano anni «nei quali il potere governativo si esercitava assoluto, svincolato dal controllo del meccanismo parlamentare e senza le minute interferenze clientelari che caratterizzano l’amministrazione di oggi. Nei limiti in cui il Governo, o addirittura il suo supremo rappresentante, conferivano poteri e impartivano direttive, i tecnici incaricati di eseguirle godevano di autorità assoluta»[4] per il bene del Paese e non per la propria carriera.

Questa «autorità assoluta» fu utilizzata per perseguire gli interessi della nazione facendo così svolgere all’Iri «una funzione decisiva nel consentire al nostro Paese di inserirsi nell’Europa industriale, evitandogli di essere respinto nell’area sottosviluppata che abbracciò tanti altri paesi mediterranei, al cui margine si librò a lungo anche la penisola italiana»[5]. Col suo operato Menichella, perciò, dimostrò quanto fosse «assente in lui ogni ideologia preclusiva dell’interesse dello Stato»[6] ripagando la fiducia di chi esercitando proprio quell’«autorità assoluta» lo volle «con viva insistenza Direttore Generale»[7] presso il nuovo Ente: Alberto Beneduce.

Beneduce, nel corso della sua lunga attività si era già da tempo fatto sostenitore della necessità di un intervento dello Stato nella vita economica con il ricorso a strumenti finanziari e di controllo del credito, convintosi che le cause della crisi fossero da individuarsi non solo nelle difficoltà congiunturali ma anche nell’arretratezza delle nostre strutture economiche e alla confusione fra credito industriale e credito ordinario. Negli Anni Trenta, Beneduce era già «l’esponente di maggior spicco di una leva di tecnici formatisi in epoca giolittiana che finirono per prestare la loro opera al servizio dello Stato durante il Ventennio»[8] e lo stesso Mussolini non volle fare a meno di lui – consapevole della sua alta statura morale e della sua non comune preparazione economico-finanziaria – tanto da assegnargli «la posizione più eminente nella finanza italiana» facendolo risultare più volte il «più potente dei ministri e dei governatori dell’istituto d’emissione»[9].

E Mussolini, maturata l’idea di creare l’Iri non esitò a scegliere proprio Beneduce per realizzare un progetto così importante. Lo conferma la sua lettera indirizzata al Ministro delle Finanze Guido Jung il 9 gennaio 1933 scritta a sole due settimane dal Regio Decreto Legislativo che il 23 gennaio 1933 istituì l’Iri: «Caro Jung, mi sono convinto che l’utilità dell’Iri sarà mediocre, se noi non usciremo dal campo puramente tattico, per effettuare invece una operazione a linee strategiche nel campo dell’economia italiana. […] Se vi fossero difficoltà di ordine formale per questa grande operazione che io propongo, si possono e si devono superare. Quanto agli uomini, l’Iri potrà essere diretto da Beneduce […]. I nomi che esaminammo ieri non vanno per un istituto che avrebbe l’ampiezza e l’importanza di quello qui progettato. È mia profonda convinzione che l’Iri segnerà una svolta nella nostra situazione economico-industriale, tonificherà potentemente il mercato, libererà da ogni residuo ingombro l’Istituto di emissione e riattivando lavoro, traffici, scambi, gioverà in definitiva anche alla Bilancia dello Stato»[10].

La collaborazione tra Beneduce e Mussolini era iniziata nel 1923: era stata resa possibile dalla volontà del primo di continuare «senza abiure del passato»[11], a svolgere il proprio ruolo anche dopo la Marcia su Roma stabilendo direttamente con il Duce un rapporto così diretto tanto da suscitare non poche invidie tra i più stretti collaboratori di Mussolini.

Mosso da un’incondizionata fiducia nel progresso, Beneduce aveva fornito un’importante lezione a quella tecnocrazia che si sarebbe formata intorno a lui e Menichella negli uffici di Via Veneto e che, sotto la loro regia, «cercò di procurare alle nuove strutture economiche di intervento statale, uno spazio autonomo, sottratto alle manipolazioni […] di coloro che sognavano un puro Stato di produttori legato alle ferree leggi di un corporativismo medioevaleggiante»[12].

L’idea di progresso, insomma, era per Beneduce preminente all’idea di democrazia: «Dovere dell’uomo politico, in questo periodo, è l’interessamento vigile per tutte le manifestazioni dei tecnici della vita economica nazionale. I problemi più urgenti della vita politica riguardano questioni di indole essenzialmente tecnica. E sono insieme problemi squisitamente politici: occorre curare le organizzazioni professionali, poiché soltanto dal collegamento delle legittime esigenze del lavoro intellettuale con le aspirazioni del lavoro manuale il Paese può attendersi la ricostituzione della vita economica»[13].

Le conseguenze della recessione internazionale, infatti, avevano assunto più le fattezze di un crollo strutturale che di una crisi determinata dall’andamento negativo del ciclo[14]: Mussolini era consapevole «non solo della gravità della crisi e della sua sostanziale diversità rispetto alle solite crisi congiunturali, ma anche che il suo decorso sarebbe stato lungo»[15]. La “grande crisi”, perciò, ebbe il merito di evidenziare l’atteggiamento personale di Mussolini – e non solo quindi del regime – che, rispetto al problema dell’intervento dello Stato nell’economia: «non era affatto ostile alla idea di estendere anche al mondo dell’economia e soprattutto alla banca e alla grande industria la massima del regime “tutto nello Stato, niente fuori dello Stato, nulla contro lo Stato” […]. Per Mussolini l’economia liberale aveva ormai fatto il suo tempo e bisognava realizzare una “nuova economia”, lontana tanto “dall’economia incontrollata e anarchica dell’individuo” quanto da quella “monopolizzata dallo Stato”»[16].

Pur «convinto assertore del “sistema corporativo”»[17], Mussolini preferì permettere allo Stato di assumere «direttamente il possesso di pacchetti azionari diventando così gestore di imprese o banche pericolanti»[18] affidandosi ai “puri tecnici” – alla Jung, alla Beneduce per intenderci – che avrebbero reso più facile orientare le decisioni in materia economica in base alle circostanze politiche e alle esigenze del Paese. Così facendo, inoltre, Mussolini finiva per recuperare un’istanza del fascismo delle origini, quella tecnocratica, «fondata sulla parola d’ordine: “largo alle competenze”»[19].

La competenza, appunto, un concetto quasi dimenticato oggi entro gli italici confini che rappresenterebbe invece la vera via d’uscita all’attuale crisi economica con buona pace dell’Ue la quale, è noto, vieta gli aiuti pubblici nel mercato europeo. Una crisi, quella odierna, che ricorda – molto più di quanto non si possa credere – quella del ’29 e avrebbe bisogno proprio di commis d’etat come quelli ricordati e di politici di altrettanto coraggio per essere finalmente superata.

Roberto Bonuglia

[1] Lettera di Pasquale Saraceno a Evasio Saraceno, in Archivio Storico SVIMEZ, Carte Saraceno, Corrispondenza, b. 387, f. 14

[2] M. De Cecco, Keynes and Italian economics, in P.A. Hall, The Political Power of Economic Ideas: Keynesianism across Nations, Princeton-New Jersey, Princeton University Press, 1989, pp. 195-230

[3] M. Cavazza Rossi, P. L. Porta e C. Spagnolo (a cura di), Biografie parallele. Pasquale Saraceno visto da Angelo Saraceno, in «Economia Pubblica», a. XXIV, n. 3, marzo 1994, p. 86

[4] A. Graziani, Pasquale Saraceno, in «Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali», n. 10, settembre 1990, p. 235

[5] R. Romeo, Lo Stato e l’impresa privata nello sviluppo economico italiano, in «Elsinore», a. II, n. 14-15, marzo-giugno 1965, pp. 122-146

[6] S. Rea, Quando all’Iri vestivamo alla marinara. Colloquio con Pasquale Saraceno, in «Storia illustrata», suppl. a «Epoca», del 9 aprile 1989, p. 33

[7] D. Menichella, Discorso sulla figura di Pasquale Saraceno, in AA.VV., Donato Menichella stabilità e sviluppo dell’economia italiana 1946-1960, vol. I, Documenti e Discorsi, Bari, Laterza, 1997, p. 848

[8] G. De Rosa, Le origini dell’Iri e il risanamento bancario del 1934, in «Storia contemporanea», a. X, n. 1, febbraio 1979, p. 10

[9] A.M. Calderazzi, Il fondatore dell’Iri, in «Millenovecento», a. IV, n. 5, maggio 2005, p. 37

[10] ACS, Segreteria particolare del Duce, Autografi del Duce, b. 7, fasc. XI [1933], sottof. C

[11] F. Bonelli, Alberto Beneduce (1877-1944), in AA.VV., I protagonisti dell’intervento pubblico in Italia, Milano, Ciriec/FrancoAngeli, 1984, p. 340

[12] G. De Rosa, cit., p. 12

[13] Riassunto del discorso dell’On. Alberto Beneduce al VII Congresso nazionale dei geometri periti agrimensori, Roma, 14-17 maggio 1922, in Archivio Storico della Banca d’Italia, Fondo Beneduce, b. 215, [bob. 81, fot. 35-37]

[14] G. Aliberti, Il sistema corporativo fascista, in AA.VV., Storia d’Italia (1914-1948), vol. VIII, Dalla civiltà latina alla nostra repubblica, Novara, De Agostini, 1978-79, p. 292-293

[15] R. De Felice, Mussolini il duce, vol. I, Gli anni del consenso 1929-1936, Torino, Einaudi, 1974, p. 163

[16] Ivi, pp. 166-167

[17] Ivi, p. 177

[18] P. Sylos Labini, La politica economica del fascismo e la crisi del ’29, in «Nord e Sud», a. XII, n.s., n. 70 (131), ottobre 1965, p. 61

[19] Cfr. C. Pellizzi, Una rivoluzione mancata, Milano, Longanesi, 1949

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