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Roma, 21 feb – Doveva essere +6%, verosimilmente sarà la metà (o, forse, poco più). Il tanto atteso “rimbalzo” del Pil nel 2021 sarà, al massimo, una piccola boccata d’ossigeno dopo il -8,8% registrato nel 2020. Spostando, nella migliore delle ipotesi, il recupero dei livelli pre-pandemia a non prima del 2023.

Draghi non basta: inizio del 2021 compromesso

L’ultima nota Congiuntura flash rilasciata dal Centro studi Confindustria non lascia spazio a troppo ottimismo, almeno nel breve termine. Nonostante la maggiore fiducia accreditata all’Italia da parte dei mercati finanziari, specie dopo l’insediamento dell’esecutivo Draghi, nel primo trimestre dell’anno possiamo infatti ormai dare per compromessa ogni speranza di recupero dell’attività.

Meglio andrà nel periodo aprile-giugno, anche se è verosimile che per osservare un segno positivo bisognerà attendere la seconda parte di questo 2021. Il rimbalzo del Pil è infatti atteso vero il terzo trimestre.

Male i servizi, meglio l’industria

Le misure di contrasto al contagio, molte delle quali ancora in corso, tengono ancora al palo il settore dei servizi. La flessione dell’attività, spiegano dal Csc, “è meno marcata a inizio 2021, ma le condizioni di domanda restano deboli a causa delle misure anti-pandemia ancora in campo.

Si rafforza, al contrario, il comparto industriale, dove si segnala un rafforzamento del recupero. La produzione ha iniziato il 2021 “con una crescita dell’1,0%, dopo aver chiuso debole il 2020”.

A pesare sulle prospettive è, tra le altre cose, anche la dinamica del commercio internazionale. Nel dicembre scorso l’export è calato del 4,1%, di fatto vanificando gli aumenti registrati il mese precedente. A pesare sono soprattutto i dubbi “sulla diffusione della pandemia, come segnalato – si legge ancora – dall’indebolimento degli ordini esteri globali”.

Pochi investimenti e rimbalzo del Pil “frenato” dal risparmio

L’incertezza sembra, così, essere il fattore-chiave al quale guardare per cercare di tracciare un possibile quadro di previsione.

Se è vero, ad esempio, che “i prestiti alle imprese hanno corso nel 2020, toccando un picco al +8,5% annuo a dicembre”, allo stesso tempo questo maggior debito non sempre si è tradotto in investimenti (data l’erosione del cash flow in molti settori, si sottolinea), che rischiano di rimanere deboli anche nel 2021.

Altro segno positivo è quello che registrano i risparmi. Nel 2020 i depositi sono aumentati di 26 miliardi rispetto alla trend, fattore che ha causato un indebolimento della domanda interna. Le famiglie, insomma, sono più invogliate a tesaurizzare che a spendere. Tendenza che, secondo il Centro studi, potrebbe essere invertita solo da un allentamento delle restrizioni. Di cui però, ad oggi, non sembra esservi traccia.

Filippo Burla

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