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Padova, 11 dic – Safilo, azienda leader nella produzione di occhiali, ha approvato il nuovo piano industriale per il prossimo quinquennio. Purtroppo non ci sono buone notizie per i suoi dipendenti.  Nella nota l’azienda comunica che: “La perdita delle licenze del lusso con Lvmh ha reso necessario un piano di riorganizzazione e ristrutturazione industriale, che risponda prontamente al nuovo scenario produttivo”. Un lungo preambolo che ha tutto il sapore di una excusatio non petita. Il gruppo ha annunciato, infatti, ben 700 esuberi negli stabilimenti italiani. Tuttavia la dirigenza si impegna ad aprire un “tavolo negoziale” con i sindacati allo scopo di individuare tutti gli strumenti disponibili per limitare gli impatti sulle persone coinvolte. Detto in parole povere: la diminuzione dei posti di lavoro verrà compensata dagli ammortizzatori sociali.

Più marketing e meno lavoro

Leggendo il comunicato stampa ci accorgiamo da subito che l’azienda vuole puntare tutto sul marketing. Vediamo perché. In primis, si punta sullo “sviluppo di un modello di business moderno e di successo, incentrato sul cliente e orientato al consumatore finale, implementato grazie a una nuova strategia di trasformazione digitale”. In secundis, si cerca di incrementare la crescita dei margini, “attraverso una struttura dei costi che risponda efficacemente alla necessità di riallineare l’attuale capacità industriale di Safilo alle future esigenze produttive e di conseguire ulteriori efficienze nell’area del costo del venduto e delle spese generali”. Tanti giri di parole per dire che il successo dell’azienda dipende dal licenziamento di 700 persone.

Di fronte ai numeri di Ilva o di Alitalia, possono sembrare cifre irrisorie, ma in realtà non lo sono. Il problema è sempre quello dell’impoverimento del nostro tessuto industriale. Si prevede, infatti, la chiusura totale dello stabilimento di Martignacco (Udine), in cui operano circa 250 addetti. Altri 400 esuberi sono previsti nello stabilimento di Longarone (Belluno) che vedrebbe quasi dimezzato l’attuale organico di 900 addetti; gli ultimi 50 esuberi riguardano la sede di Padova, mentre non sarebbe toccata la sede veneziana di Santa Maria di Sala. In pratica, Safilo vorrebbe mandare a casa quasi un dipendente su 4 sul totale dei 2600 lavoratori.

Il successo in Borsa non basta a far quadrare i conti

Le preoccupazioni dei lavoratori non spaventa i mercati finanziari. Al contrario, nel giorno dell’annuncio (arrivato a mercati chiusi) Safilo ha chiuso con un balzo in Borsa di oltre 10 punti percentuali per aver rinnovato la licenza Marc Jacobs (proprio del gruppo Lvmh) in anticipo rispetto alle previsioni. Inoltre i veneti avevano messo le mani già californiana Blenders Eyewear, rafforzando così la presenza sul mercato americano. Questi successi però non sono basteranno a far quadrare i conti. Nella nota si parla chiaramente di un taglio degli obiettivi al 2020, riducendo i target dei ricavi netti tra i 960 e 1.000 milioni di euro, rispetto all’obiettivo di 1.000-1.020 milioni comunicato lo scorso 2 agosto 2018. Il margine di Ebitda ‘adjusted’ si riduce al 6% delle vendite rispetto al precedente obiettivo di 8%-10%. Per il management la flessione è legata all’uscita della licenza Dior. A questo punto è lecito porsi qualche domanda: è sufficiente una criticità contingente (come quella di Dior) per tagliare un quarto del personale? Le risposte fornite dall’azienda sono poco convincenti. Forse bisognerebbe rivolgersi direttamente agli azionisti di maggioranza. Per capire chi sono i soggetti in questione, è utile fare un passo indietro.

Safilo dalle origini a Piazza Affari

La Safilo fu fondata nel 1934 da Guglielmo Tabacchi che rileva la ditta “Carniel” a Calalzo di Cadore (località Molinà), prima fabbrica italiana di occhiali, risalente al 1878. Il gruppo si consolidò prima nel cuore del Nord-est per poi espandersi al di fuori dei confini nazionali. La qualità del prodotto era (ed è) garantita dalla professionalità delle maestranze e da investimenti lungimiranti da parte della dirigenza. Solo nel 2005 la società approderà a Piazza Affari.

E veniamo ai giorni nostri. Chi decide le sorti dell’antica fabbrica di occhiali italiana?Secondo l’ultimo aggiornamento dato dalla Consob (gennaio 2019): la società patavina è controllata dal fondo olandese Hal Holding che ha in portafoglio il 50,749%, tramite la società Multibrands Italy. Da segnalare anche la presenza dell’erede Vittorio Tabacchi che è titolare di una partecipazione dell’1,77%, Brandes Investment Partners possiede il 2,78%, BDL Capital Management possiede il 14,996%, detenuto a titolo di gestione discrezionale del risparmio.

Difficile pensare che gli olandesi abbiamo a cuore la sorte degli operai veneti e friulani. Questa vicenda ci obbliga fare un’ulteriore riflessione. La finanziarizzazione dell’economia non è solo rappresentata dai diktat del Fmi o dalla Bce. I fondi di private equity (con la loro Weltanschauung mercantilista) puntano sulle Pmi e non solo sulle grandi aziende. Il paradigma neoliberista si inizia ad imporsi insediandosi nel tessuto industriale italiano.

Salvatore Recupero

3 Commenti

  1. Prima di imparare a farci gli occhiali in casa, impariamo a fare gli acquisti etici: non si comprano marchi di chi lascia cinicamente le persone in braghe di tela!

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