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Roma, 7 nov – Come si fa a recuperare competitività se, dato il sistema di cambi fissi, non è dato agire sulla leva del valore della moneta? La strada, come ci insegna il percorso dell’austerità, è solo una: non potendo svalutare la moneta, l’unica svalutazione percorribile è quella del lavoro. A partire – soprattutto – dai salari.

Italia: salari al palo

L’ultima conferma arriva da un recente studio della Fondazione Di Vittorio, istituto della Cgil per la ricerca economica, che ha analizzato la dinamica dei salari in Italia ponendoli in rapporto a quelli del resto d’Europa. Giungendo a conclusioni a dir poco impietose.

L’Italia si colloca in penultima posizione nella classifica – il confronto è con Germania, Francia, Paesi Bassi, Belgio e Spagna – con un salario lordo annuale medio (per un lavoratore dipendente equivalente a tempo pieno, a prezzi costanti 2019 su dati Ocse) pari a poco più di 30.028 euro. A pesare, tuttavia, è soprattutto l’andamento di medio periodo: se nel 2000 la corresponsione media si collocava a 29.124 euro, per poi crescere a 30.172 nel 2007, da allora è andata solo che progressivamente calando. Non così per gli altri: i Paesi Bassi fanno registrare +8,8%, quasi 10 i punti percentuali in più del Belgio, meglio ancora per Germania e Francia rispettivamente con +18,4 e +21,4%. Anche la Spagna – che dal 2000 al 2007 aveva sperimentato un calo dei salari medi, da quell’anno ha iniziato una pur lenta crescita. L’Italia, insomma, è l’unica nazione fra quelle considerate a non aver ancora recuperato i livelli pre-crisi.

La produttività non c’entra

“Con l’euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”. Ricordate questa frase? Pare che Romano Prodi (cui è apocrifamente attribuita) non l’abbia mai pronunciata, ma era – e resta – esemplificativa di un modo di approcciarsi al tema della moneta unica come sola àncora di salvezza per la nostra economia.

Al di là della veridicità o meno della citazione, fa sorridere il fatto di trovarsi esattamente nella situazione opposta. Perché non è vero che i salari non crescono perché siamo poco produttivi (nella testa dell’autorazzista medio: “Perché non abbiamo voglia di lavorare”), semmai l’esatto contrario: “Nel 2019 – si legge nello studio – le ore lavorate annualmente in Italia dai lavoratori dipendenti sono pari a 1.583. Si tratta di un livello di poco inferiore rispetto alla Spagna (-30 ore) e ben superiore rispetto alla Germania (+249), ai Paesi Bassi (+213), alla Francia (+165) e al Belgio (+143)”, un dato che “mette in evidenza come in Italia, benché si lavori comparativamente molto di più rispetto agli altri Paesi, la quota di reddito distribuito al fattore lavoro, tramite i salari, sia la più bassa tra tutte quelle osservate”.

Il problema, per i lavoratori italiani, non risiede solo nel pur elevato cuneo fiscale ma, fra le altre cose, “nella composizione del nostro mercato del lavoro, con un addensamento dell’occupazione nelle qualifiche medio-basse”, spiega la stessa Fondazione nel commento allo studio e, soprattutto, “in scelte di anni volte a recuperare competitività di costo attraverso moderazione salariale, che producono bassa crescita, ristagno della base produttiva e dell’occupazione. Politiche di governi e parte delle imprese che hanno disincentivato investimenti, determinato scarsa innovazione e inciso negativamente sulla domanda aggregata tramite minori consumi. Nei fatti, la scarsa crescita delle retribuzioni di questi anni, è stata uno degli effetti ma anche causa, della stagnazione italiana”.

Filippo Burla

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