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I soldi dei ristori? Finiscono (quasi) tutti per pagare le tasse

by Filippo Burla
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Roma, 19 giu – Più di 20 miliardi, 21,4 per la precisione. A tanto dovrebbero ammontare i ristori per imprese e partite Iva previsti dal dl sostegni bis. Pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 26 maggio, è la seconda misura di aiuti varata dal governo Draghi in supporto delle attività chiuse (o a ranghi ridotti) a seguito delle misure di confinamento. Ma quanto di queste somme andranno effettivamente in tasca agli imprenditori? Poco, molto poco. Quasi niente, a sentire la Cgia di Mestre.

Il motivo è presto detto. Se mercoledì l’Agenzia delle Entrate ha fatto partire i primi bonifici, stando a quanto riferito dal ministero dell’Economia Daniele Franco, allo stesso tempo il mese di giugno è anche periodo di scadenze fiscali. Acconti e saldi di Ires, Imu, Irpef/addizionali Irpef, Irap e diritto camerale valgono qualcosa come 19 miliardi di euro, stimano dall’ufficio studi della Cgia. Insomma, di ristori veri e propri ne rimarrebbero giusto un paio.

Ristori, la Cgia denuncia: “Imprenditori vittime di una grande beffa”

Un conto della serva, vero: “E’ evidente – si legge nell’analisi – che stiamo mettendo a confronto solo i saldi. Tuttavia, se con una mano ti danno i ristori e con l’altra se li prendono quasi tutti indietro attraverso le tasse, per lo Stato non cambia nulla, ma per tantissime piccole attività, spossate dalla crisi, le difficoltà sono destinate ad aumentare, alimentando il sospetto tra gli imprenditori di essere vittime di una grande beffa”.

Leggi anche: Ristori, una vergognosa elemosina: coprono solo il 7% delle perdite

Non solo. Tra chi dovrà far fronte all’appuntamento con il fisco c’è anche chi non ha (forse mai) goduto di alcun indennizzo in termini di ristori. E’ il caso, ad esempio, “di tutte quelle attività che sebbene abbiano subito perdite di fatturato importanti, ma al di sotto della soglia del 30 per cento, non riscuoteranno alcunché”. Oppure, spiega ancora la Cgia, “di realtà produttive o dei servizi che nonostante abbiano registrato un crollo del giro di affari superiore al 30 per cento, non possono godere di alcun contributo a fondo perduto perché hanno un fatturato annuo superiore ai 10 milioni di euro”.

Filippo Burla

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