stampa monetaRoma, 24 nov – L’atto di “stampare moneta”, nella vulgata dei media, ha oramai sostituito i classici vizi capitali come spauracchio per i bambini e le anime semplici. Un governo che imponga alla banca centrale di monetizzare il proprio deficit, si dice, sta imponendo una “tassa occulta” alle famiglie ed alle imprese nota come inflazione, che è la più iniqua di tutte le tasse perché colpisce i redditi fissi (salari e pensioni) e sfavorisce il risparmio.



Ma veramente l’inflazione, ovvero l’incremento dei prezzi al consumo, è così grave come ci dicono? E soprattutto, è così direttamente correlata al vizio capitale di “stampare moneta”? Prendiamo il caso della banca centrale di uno Stato a moneta sovrana come può essere il Regno Unito, la quale decide di “stampare” 1000 miliardi di sterline. Ci sono almeno tre casi diversi da analizzare per capirci veramente qualcosa nella faccenda, in ognuno dei quali questa marea di denaro viene utilizzata per uno scopo diverso e, come vedremo, con effetti per certi versi sorprendenti.

Nella prima ipotesi, essa decide di usarli semplicemente per comprare i crediti incagliati delle banche e ripianarne così i bilanci. È questo il tanto decantato quantitative easing che Draghi vuole disperatamente mettere in atto ma che la Merkel boicotta con tutte le sue forze. Che impatto ha sui prezzi al consumo di beni e servizi? Nessuno, perché questa è moneta che circola esclusivamente sul mercato interbancario, ergo l’unico effetto concreto (come è effettivamente avvenuto soprattutto negli Usa post Lehman Brothers) è quello di far salire i corsi delle borse. Certo, c’è la questione politica importantissima riguardante la liceità o meno che le banche ed i grandi patrimoni debbano essere salvati in modo così smaccato e vedersi addirittura i propri asset rivalutare, ma appunto si tratta di una questione politica, non macroeconomica.

Nella seconda ipotesi, i soldi vengono letteralmente regalati ai contribuenti, per esempio sotto forma di “reddito di cittadinanza” o riduzione del carico fiscale o altri. L’effetto in questo caso è verosimilmente quello di un incremento notevole della domanda aggregata, ovvero della spesa in beni e servizi che si effettua in una economia, sia essa pubblica o privata, il che in effetti può avere effetti inflattivi, ma solo nel caso che l’offerta (le imprese) non riesca ad adeguarsi velocemente all’aumentata domanda. In altre parole: fino a che esiste una disoccupazione consistente ed esistono risorse inutilizzate, l’incremento della domanda aggregata induce le imprese ad assumere di più ed investire maggiormente, anche indebitandosi, per far fronte agli aumentati ordini. Indi, fino a che non si arriva in prossimità della piena occupazione, è impossibile assistere ad fenomeni eccessivamente inflazionistici anche se si attuano politiche “espansive” come quelle di stampare moneta per regalarla o “gettarla dagli elicotteri” come amava dire il fu governatore della fed, Ben Bernanke. C’è poi un’altra questione che solitamente sfugge ai soloni dei giornali e dei talk show: anche se effettivamente ci fosse un’impennata inflazionistica, il vero problema non riguarda il tasso d’inflazione in sé e per sé, ma il rapporto fra il medesimo e l’incremento dei salari reali. Perché, in questo gioco dominato dai creditori (banche, fondi speculativi e redditieri) si è volontariamente dimenticata una realtà banalissima: l’inflazione sposta potere d’acquisto dai creditori ai debitori, diluendo di anno in anno il valore reale dei debiti in essere. È questa alla fine l’unica ragione razionale dell’accanimento teutonico rispetto all’austerità: le banche tedesche sono piene di crediti e vogliono mantenerli intatti, senza subire alcuna perdita, nemmeno se questo potrebbe alla fine giovare persino a loro che eviterebbero di essere travolte dal fallimento dei debitori stessi, siano essi pubblici o privati. L’inflazione quindi non è necessariamente nemica dei redditi fissi (se, lo ripetiamo, esistono strumenti di tutela del loro potere d’acquisto) ma lo è sempre e comunque della rendita. Se comandano i creditori è quindi scontato che i governi siano indotti in un modo o nell’altro ad attuare politiche follemente recessive e deflazionistiche che rispondo al nome di austerità.

Nella terza ipotesi (quella sana e razionale, almeno secondo il modesto parere di chi scrive), quell’enorme liquidità viene usata dal governo per finanziare un vasto programma di investimenti infrastrutturali di lungo periodo. In questo caso, non solo valgono le considerazioni già fatte nel caso numero due (ovvero che di per se l’incremento della domanda aggregata può tradursi in larga parte in un aumento dell’occupazione e non dei prezzi) ma entra in gioco anche un altro fattore, ovvero l’incremento della produttività del lavoro che è in pratica la misura del Pil aggiunto da ogni ora di lavoro singolarmente intesa. Questa infatti dipende in larga misura dagli investimenti pubblici, che riguardano solitamente quei settori che i privati non riescono o non vogliono sostenere e che comunque fungono da volano per quelli privati, i quali, incrementando la produttività, fanno diminuire i costi sostenuti dalle imprese, ergo si può dire (forzando un pochino i termini della questione, ma solo per risultare più comprensibili) che l’incremento della produttività sia una variabile “sanamente deflattiva”, nel senso che le imprese possono fare prezzi più competitivi senza erodere i propri margini di profitto.

Quindi “stampare moneta” per fare investimenti, contrariamente a quanto comunemente si pensi, non è una mossa inflattiva ma, al contrario, l’unico modo di aumentare la competitività di un’economia. Di fatto, poi, si è sempre fatto così almeno indirettamente, quando le banche centrali rispondevano ai governi e mantenevano i rendimenti dei titoli di Stato al di sotto del tasso d’inflazione, permettendo così in pratica di spendere quanto necessario per sostenere occupazione, risparmio e produttività. E pazienza se in effetti si sprecava, si rubava a mani basse e si approfittava della “stampante” per scopi personali. Anche adesso, dopo che la sovranità degli Stati è stata quasi totalmente erosa, si ruba come e più di prima (la cronaca di fatto non parla d’altro), ma la differenza sostanziale è che prima si rubava sui profitti, ora sulle perdite. Praticamente, ora si dissangua un anemico.

Questo ci fa anche capire come chi propone di “tagliare la spesa pubblica per tagliare la pressione fiscale” sia o ignorante o in malafede. O meglio, si aggrappa effettivamente ad una verità acclarata traendone le conclusioni sbagliate, ed è quella del “moltiplicatore keynesiano”. In pratica, abbiamo sommariamente visto come un incremento della famosa domanda aggregata possa tradursi, in determinate condizioni, in un incremento più che proporzionale del Pil. Bene, costoro dicono che dato che la spesa privata è più efficiente di quella pubblica (il che peraltro è ancora da dimostrare), allora l’effetto depressivo del taglio della spesa pubblica sarebbe più che compensato dalla maggiore crescita. Anche ammettendo che ciò sia vero, basta una rapida occhiata ai numeri per rendersi conto che chi fa questi calcoli non sa di cosa parla. La spesa pubblica in Italia è 800 miliardi circa: supponiamo che il governo decida un taglio secco del 10% da allocare interamente, fino all’ultimo centesimo, alla riduzione della pressione fiscale. Si tratta di 80 miliardi di riduzione delle tasse. Quale più essere il moltiplicatore in questo caso? Il 20%? Il 30%? Sono ipotesi estremamente ottimistiche, se si considera che con tutta la sua cieca devastazione sociale, l’austerità ha avuto un moltiplicatore del “solo” 50%, ovvero un taglio della domanda aggregata di 100 euro ha comportato in media un crollo del Pil di 150 euro.

Comunque, anche mantenendo queste ipotesi ottimistiche, il guadagno in termini di prodotto interno lordo sarebbe di soli 16 o 24 miliardi (cioè il 20% o 30% di 80 miliardi), ovvero nulla se consideriamo che per colpa della crisi abbiamo un output gap, ovvero un “buco” di oltre 300 miliardi calcolato alla fine del 2013 dal Fmi. Inoltre, per l’Italia c’è un altro problema che abbiamo già affrontato, e cioè quello del cambio fortemente sopravvalutato causa adozione dell’Euro, che rende più facile importare che produrre. Quindi, l’incremento di domanda che si otterrebbe con una manovra del genere in realtà si scaricherebbe in larga parte sulle importazioni ergo non avremmo nemmeno il misero guadagno di 16 o 24 miliardi, ma molto di meno, perché ne gioverebbero all’estero (ovviamente, Germania in testa).

L’Italia, in definitiva, è “anemica” e le cause le conosciamo bene: rimesse verso l’estero degli immigrati; preferenza dei detentori di liquidità per la tesaurizzazione e gli investimenti monetari o finanziari magari all’estero; i trasferimenti al finanziamento del meccanismo europeo di stabilità di denaro tolto al paese mediante le tasse; la realizzazione forzata di avanzi primari del bilancio pubblico e il pagamento di alti interessi a detentori esteri di titoli del debito pubblico. Se veramente si volesse salvare la compagine europea, la Bce non dovrebbe fare altro che sostenere direttamente o indirettamente gli investimenti pubblici in disavanzo degli Stati membri in misura proporzionale alla disoccupazione reale dei medesimi. In pratica, stampare moneta (con un qualsivoglia trucco contabile dato che teoricamente i trattati lo vietano) per sostenere ogni singolo paese in base alle proprie necessità. Ma questa è appunto una utopia: l’euro è nato per impedire ai singoli Stati l’esercizio delle proprie prerogative sovrane, e l’austerità per sostenere l’euro e gli interessi dei creditori del nord. A meno di non assistere ad un improbabile cambio di rotta, l’unica reale soluzione può a questo punto essere davvero l’opzione radicale dell’uscita tout court. Prima che sia troppo tardi.

Matteo Rovatti

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