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Presentazione delle anticipazioni del Rapporto Svimez a Roma il 30 luglio 2015

Roma, 31 lug – Un Paese diviso e diseguale, dove il Sud scivola sempre più nell’arretramento: nel 2014 per il settimo anno consecutivo il Pil del Mezzogiorno è ancora negativo (-1,3%), il divario di Pil pro capite rispetto al resto d’Italia è tornato ai livelli di 15 anni fa. Negli anni di crisi 2008-2014 i consumi delle famiglie meridionali sono crollati quasi del 13% e gli investimenti nell’industria in senso stretto addirittura del 59%. Questa la fotografia sintetica che emerge dalle anticipazioni del Rapporto Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, ente privato senza fini di lucro) sull’economia del Mezzogiorno 2015, presentate il 30 luglio a Roma e sintetizzate anche sul Sole 24 Ore.
Mentre l’Italia nel suo complesso ha perso quasi il 9% del prodotto interno lordo dal 2008 – peggio ha fatto soltanto la Grecia (-25,8%), molto meglio i paesi europei fuori dall’area euro – le regioni meridionali sono crollate del 13%, ma è a più lungo termine, cioè dal 2001, che emerge un quadro di decadenza impressionante: il sud Italia ha perso il 9,4% del Pil, mentre la Grecia “solo” l’1,7% e tutta Italia l’1,1%.
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Effetti della crisi economica sull’Italia e in particolare al sud, rispetto al resto d’Europa (dall’intervento del direttore Svimez Riccardo Padovani)

Gli investimenti nei settori industriali sprofondano: meno 59,3% dal 2008 al 2014, oltre il triplo del calo già pesante registrato al Centro-Nord (-17,1%), con una flessione del 35% del valore aggiunto, a fronte del -17,2% nel resto d’Italia, interessando tutti i comparti dalle costruzioni ai servizi. Non va meglio per l’agricoltura: investimenti meno 38%.
Perfino le esportazioni non si salvano: nel 2014 sono calate del 4,8% contro la crescita del 3% al Centro-Nord. Un deserto industriale in cui per forza di cose anche le agevolazioni alle imprese meridionali si sono dimezzate rispetto al resto d’Italia.
Particolarmente dolorosa la situazione dell’occupazione. Anzi, della disoccupazione cronica che si è aggravata a dismisura: dal 2008, nel mezzogiorno l’occupazione è caduta del 9%, oltre sei volte più che al Centro-Nord, attestandosi su 5,8 milioni di occupati, il livello più basso almeno dal 1977, l’anno da cui sono disponibili le serie storiche dell’Istat. Una prova – spiega Svimez – “del processo di crescita mai decollato” e del “livello di smottamento del mercato del lavoro meridionale”.
Con un record assoluto, in negativo, per i giovani completamente inattivi, cioè che non studiano, non lavorano e nemmeno cercano un’occupazione (i cosiddetti “Neet”): secondo Riccardo Padovani, direttore Svimez,  si tratta di quasi il 39% dei giovani in totale, e 42% per le femmine. Quasi due milioni di persone.
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Percentuale di giovani completamente inattivi: Italia seconda solo alla Grecia, ma il Meridione supera tutti (dall’intervento del direttore Svimez Riccardo Padovani)

Come conseguenza di questo armageddon economico, la demografia ha pericolosamente virato verso lo spopolamento: nascite al minimo storico da 150 anni ed emigrazione di 1,6 milioni verso il centro-nord dal 2001 a oggi, che preannunciano secondo Svimez uno “tsunami demografico”. Più precisamente, secondo il rapporto: “Il depauperamento di risorse umane, imprenditoriali e finanziarie potrebbe impedire al Mezzogiorno di agganciare la possibile nuova crescita e trasformare la crisi ciclica in un sottosviluppo permanente”. Un collasso cronico e forse ormai oltre il punto di non ritorno.
È così che nel 2014, al meridione, una persona su tre era a rischio povertà, contro una su dieci al centro-nord, le punte massime essendo state registrate in Sicilia e Campania.
L’allarme sociale – cui non è estranea alcuna regione d’Italia – assume quindi al sud contorni drammatici e potenzialmente esplosivi. Se allo Stato centrale le regioni meridionali devono forse una sopravvivenza artificiale e assistita, è un dato di fatto che dal medesimo siano state completamente abbandonate sul piano degli investimenti e dello sviluppo, mentre a nulla sono evidentemente serviti gli sbandierati programmi europei per le “regioni convergenza”. Tanto che viene da pensare che le risorse comunitarie impiegate al sud – poche rispetto a quelle teoricamente disponibili ma ancora rilevanti in senso assoluto – siano state letteralmente confiscate dalle cricche di potere locale e nazionale.
Francesco Meneguzzo

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1 commento

  1. Semplicemente lo stato al Sud non esiste. Ci sono quartieri (per non dire città) totalmente abbandonate al loro destino in cui non esiste un polo di ricreazione che sia uno soltanto (non ci sono chiese, non una palestra, non una biblioteca…nulla) nè un progetto di investimento (bagnoli a Napoli ad esempio).
    C’è una volontà politica nel lasciare il sud al suo destino. Di che ci stupiamo?

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