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spesa pubblica soldi moneteRoma, 11 apr – Si riparte con le vicissitudini sul risparmio degli aumenti dell’Iva, che alla fine della fiera pagheranno solo ed esclusivamente i cittadini. Già con la vicenda degli 80 euro si era capito che l’andazzo era questo, ma sembra che non sia chiaro cosa voglia dire “spostare danaro da una tasca all’altra”.

Una precisazione è d’obbligo: non si pensi che chi ha una visione keynesiana della macroeconomia non si renda conto che in Italia sul bilancio pubblico campano anche in troppi, sovente senza alcuna ragione pratica. Pensiamo alla Chiesa, alle cooperative, alle scuole e gli ospedali privati, ai sindacati, al decadente ed autoreferenziale cinema italiano (non la gloriosa commedia carnacialesca degli anni ’80, ovviamente), all’eolico e fotovoltaico, al terzo settore sempre molto più efficiente per gli immigrati che per gli autoctoni, alla stampa, ai nomadi.

Spesso chi approccia keynesianamente la macroeconomia viene accusato di difendere gli sprechi. Questo non è vero, e le voci in bilancio precedentemente stilate potrebbero tranquillamente essere azzerate. Ciò non vuol dire cadere nella convinzione à la Giannino “tagliare la spesa pubblica per tagliare le tasse”.

Va capito infatti che queste sono semplici manovre redistributive, ovvero che spostano liquidità da qualcuno a qualcun altro. Il che non vuole ovviamente dire che non siano utili, anzi. Vuol solo dire che hanno un effetto complessivo sulla crescita modesto, se non nullo. Richard Werner, nel suo oramai classico “New paradigms in macroeconomics” dimostra che mai una volta una nazione è uscita da una fase recessiva spostando liquidità, ma solo aggiungendola all’economia reale, incrementando così la domanda aggregata.

Spostare danaro dal settore pubblico a quello privato o viceversa, dai consumi agli investimenti o viceversa, dalle imposte dirette a quelle indirette o viceversa non serve ai fini della ripresa, e su questo non vi è alcun dubbio. Certamente, Renzi o Padoan potrebbero asserire di voler spostare potere d’acquisto in settori altamente efficienti, sfruttando quindi il maggiore moltiplicatore keynesiano.

Infatti sappiamo che, in determinate condizioni come l’elevata disoccupazione, un incremento della domanda aggregata produce un incremento più che proporzionale del reddito nazionale. Non è dunque del tutto folle l’idea di tagliare spesa pubblica dai settori più palesemente parassitari, improduttivi, per cancellare l’Irap che strangola le imprese, in particolare le piccole e medie imprese, come tempo addietro proponeva Grillo.

Non è un’idea stupida togliere risorse alle camarille regionali o alla Caritas o alle rinnovabili per defiscalizzare le imprese che assumono e creano ricchezza, se non fosse per un piccolo particolare: le imprese non assumono né investono se le aspettative di fatturato sono pessime. E le aspettative di fatturato sono pessime se crolla la domanda aggregata, ovvero se la disoccupazione è alta. Senza dubbio una impresa che produce plastica avrà un impatto moltiplicatore sul Pil maggiore di un consigliere regionale siciliano, ma dal circuito precedente non se ne può in realtà uscire per via logica.

Quindi, ben venga la lotta agli sprechi ed alle inefficenze per poter detassare gli onesti produttori, ma la soluzione alla crisi non risiede nel taglio della spesa pubblica, ma nell’indirizzarla sapientemente, anche aumentando il deficit di bilancio, verso progetti infrastrutturali -non necessariamente fisici, ma anche ricerca e sviluppo- che possano aumentare l’efficienza e la produttività, e quindi anche la competitività, del nostro comparto produttivo, riassorbire la disoccupazione e creare quindi posti di lavoro ben retribuiti da cui ovviamente discende domanda solvibile capace di tenere in piedi il sistema.

Non c’è alcun motivo per essere teneri con i parassiti attaccati alle mammelle dello Stato, né per sottovalutare i danni che essi provocano. Ma pensare che tagliare la spesa pubblica medesima sia la soluzione, solo un elettore di Fare può crederlo.

Matteo Rovatti

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