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Roma, 18 apr – La pandemia non ferma le tasse. “Nel 2020, annus horribilis dell’economia italiana, la pressione fiscale è salita attestandosi al 43,1%. La stessa soglia che avevamo toccato nel 2014, a soli 0,3 punti percentuali dal record storico che abbiamo registrato nel 2013”. Questo è quanto emerge dall’ultimo studio della Cgia di Mestre.



Il lockdown non ferma la pressione fiscale

Le tasse, dunque crescono nonostante il lockdown? Purtroppo, sì. Per comprendere questo fenomeno è necessario ricordare che il valore della pressione fiscale è dato dal rapporto tra entrate fiscali e contributive sul Prodotto interno lordo. Va rilevato anche che l’incremento dello 0,7% rispetto al 2019 è dovuto soprattutto al crollo del Pil (l’anno scorso è sceso dell’8,9%). L’erario, dunque, ha dovuto fare i conti con la crisi: il fisco, l’Inps e le casse previdenziali hanno riscosso 711 miliardi di euro, 48,3 miliardi in meno di quanto registrato nel 2019 (-6,3%). Fatte queste premesse, il carico fiscale continua ad essere eccessivo. Prima di analizzare i provvedimenti del governo e le proposte del centro studi veneto, c’è un altro argomento che non può essere eluso: i costi fissi.

Baristi, ristoratori, titolari di palestre non solo hanno dovuto pagare gli affitti/mutui e le polizze assicurative ma si sono sobbarcati anche i costi delle utenze. Le bollette vanno pagate anche se la saracinesca è abbassata. E sul costo della luce e del gas pesano le accise (che sono sempre tasse). Per non parlare dell’aumento della Tari (la tassa dei rifiuti). Quest’ultima è aumentata nonostante il blocco delle attività economiche. I motivi del paradossale rincaro sono legati alla gestione (a dir poco discutibile) dei servizi essenziali da parte dei comuni.

Ecco perché spesso i ristori (quando arrivano) rischiano solo di coprire parzialmente i costi. Per interrompere questo circolo vizioso la Cgia, da diverso tempo, propone un cambio di prospettiva nelle politiche di sostegno alle imprese in crisi.

La proposta della Cgia

Gli artigiani mestrini propongono l’azzeramento del carico fiscale per l’anno in corso. Sembra un’utopia, ma è l’unico modo per rilanciare l’economia italiana. In caso contrario, assisteremmo alla solita partita di giro: i rimborsi incassati verranno restituiti allo stato sotto forma di tributi. Chi sarebbe disposto a mantenere in piedi un’attività in queste condizioni? Nessuno. Anche perché, con buona pace della Guzzanti, i commercianti non possono permettersi di vivere di rendita. Certo questo taglio generalizzato avrebbe un costo notevole: l’importo del gettito mancante oscilla tra un minimo di 28 e un massimo di 30 miliardi di euro. Resterebbero le imposte locali, ma senza l’Irpef, l’Ires e l’Imu sui capannoni, si possono porre le basi per la ripresa.

Questa misura, però, non basta. Oltre “all’azzeramento delle tasse”, sul tema pressione fiscale l’ufficio studi della Cgia auspica che “l’esecutivo metta sul tavolo almeno altri 50 miliardi di euro entro il prossimo mese di luglio che consentano di rimborsare in misura maggiore di quanto è stato fatto sino a ora le perdite subite dalle aziende e permettano agli imprenditori di compensare anche una buona parte dei costi fissi sostenuti”. Anche in questo caso si tratterebbe di un investimento notevole: 50 miliardi a fondo perduto. Una misura eccezionale per affrontare una situazione sociale ed economica senza precedenti. Se l’Italia continua a barcamenarsi tra ristori e rimborsi rischia un forte aumento della disoccupazione soprattutto nelle aree più fragili. Anche l’Istat conferma questo trend negativo. Ci si aspetterebbe un’inversione di rotta da parte del governo. Purtroppo, al contrario, va registrato l’ennesimo tentativo di penalizzare gli autonomi.

Le partite Iva nel mirino del fisco

Pochi giorni fa, il Corriere della Sera riportava una notizia a dir poco inquietante. In questi giorni circola una relazione (di natura tecnica e non politica) del ministero delle Finanze sulla revisione dell’Irpef. In questo documento si ipotizza l’innalzamento dell’aliquota della “flat tax” dal 15% al 23% per chi ha ricavi inferiori ai 65 mila euro annui. Il pretesto è garantire una maggiore equità del fisco: l’erario recupererebbe 7 miliardi. Di fatto questo nuovo schema si tradurrebbe in un aumento del carico della pressione fiscale su migliaia di partite iva (in gran parte giovani professionisti). Inutile dire che c’è stata una levata di scudi delle associazioni di categorie.

Ad esempio, il responsabile nazionale della Federazione autonoma professionisti italiani, Ciro Aquino che stronca la proposta: “Il possibile aumento della aliquota del regime forfettario ci lascia senza parole in un momento di grave emergenza economica e sociale che vede in ginocchio tanti liberi professionisti”. “Per i giovani professionisti – continua Aquino – la mini flat tax è stata una norma fiscale fondamentale per consentire la loro sopravvivenza in questi ultimi due anni, per questo chiediamo al Governo di evitare di penalizzare ancora i lavoratori autonomi con la modifica delle aliquote”. Come dargli torto. Molti esponenti politici hanno preso le distanze da questa rimodulazione dell’Irpef. Dunque, al momento, la proposta resterà sulla carta. Ma è probabile che qualcuno domani tiri di nuovo fuori questo progetto che ha anche ricevuto la benedizione dell’Ocse. D’altronde, le tasse non sono mai troppo poche per gli autonomi.

Salvatore Recupero

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