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sede posteRoma, 12 feb – “La scelta di procedere ad una ulteriore collocazione sul mercato di una quota del capitale di Poste Italiane, avanzata nelle ultime settimane, ha implicazioni molto serie”, questo uno stralcio della lettera che il sottosegretario allo sviluppo economico, Antonello Giacomelli, ha di recente inviato ai vertici del Pd (Renzi e Orfini) e ai capigruppo di Camera e Senato, Rosato e Zanda.

Nero su bianco, Giacomelli ha riportato le sue preoccupazioni circa l’ulteriore passo in avanti nella privatizzazione di Poste Italiane (iniziata nel 2015 con una quota del 29,7%) e la domanda, prima di qualsiasi considerazione di politica economica, è se abbia avuto modo di aprire tale dibattito all’interno del governo di cui è sottosegretario e quali siano stati gli eventuali riscontri. Certo è che, con un esecutivo attualmente alla ricerca di tre miliardi e mezzo per evitare una procedura di infrazione comunitaria, il momento per un tema del genere potrebbe non essere dei migliori. Ma è anche vero che “Poste è la società che garantisce un quarto del debito pubblico italiano. È la cassa dei risparmi di una parte rilevante del Paese. Ed è vero che si sta affermando anche nei servizi finanziari, ma ha anche il dovere di mantenere un suo radicamento sociale e gli obblighi di servizio universale” ha ricordato Giacomelli in una intervista a Repubblica, notando che per una buona riuscita della privatizzazione “occorre garantire la stabilità di rendimento e questo si fa solo intervenendo sui settori di minore redditività, ma di maggiore utilità sociale” come sportelli e recapiti.

C’è da dire che il sottosegretario con delega alle telecomunicazioni, quando si parla di settori strategici, dove le valutazioni dovrebbero prescindere da criteri ragionieristici e di breve periodo, non è nuovo a condividere una certa prudenza nei confronti di politiche eccessivamente orientate al libero mercato. Basti pensare al recente mea culpa sulla privatizzazione di Telecom Italia: “è stato un errore della mia parte politica aver privatizzato la rete telefonica vent’anni fa, un gravissimo errore che stiamo ancora scontando in termini di ritardi”. O, ancora, ai diversi appelli in favore della creazione del cosiddetto “polo unico delle torri”, da mantenere saldamente in mani pubbliche.

Oggi in Italia ci sono tre società che detengono una posizione molto rilevante nel mercato delle torri di trasmissione: Rai Way (pubblica), Inwit (controllata da Tim) ed Ei Towers (gruppo Mediaset). Un assetto che in un mercato già molto redditizio, e con buone prospettive date dall’avvento della nuova generazione di tecnologie mobili “5G”, è evidentemente a rischio. Mediaset lo aveva capito già due anni fa e solo un decreto antiscalata frenò l’acquisizione di Rai Way da parte della società del gruppo che fa capo alla famiglia Berlusconi, oggi oggetto delle stesse mire d’oltralpe che hanno messo le mani su Telecom Italia.

Pensare che Pd e governo tornino a salvaguardare le aziende di Stato, l’occupazione e l’utilità sociale delle attività economiche a danno dei grandi gruppi finanziari che dagli anni novanta e, di nuovo dopo il 2011, hanno trovato in Italia un mercato privilegiato per acquisizioni del patrimonio pubblico è chiedere troppo. Ma notare che il dubbio inizia a serpeggiare anche negli ambienti di governo fa comunque un certo effetto.

Armando Haller

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