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ttip_puzzle_usa_eu[1]Bruxelles, 20 apr – Oggi a Bruxelles verrà disputato il nono round delle trattative sul trattato di libero scambio tra Unione europea e Stati Uniti, il Ttip (Transatlantic Trade and Investment Partnership).  Si parlerà di indicazioni geografiche tipiche di sviluppo sostenibile, senza tralasciare l’obiettivo delle indicazioni geografiche tipiche. Certo sono solo pochi argomenti di discussione, ma la materia è assai vasta.

Nonostante lo scarso spazio concesso dai media, questo è un evento di eccezionale importanza. Come riporta il sito della Commissione Europea: “Questo trattato ha l’obiettivo di rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per facilitare l’acquisto e la vendita di beni e servizi tra Europa e Stati Uniti”.

Ogni mercato per definizione è fatto di regole. Se gli affari spettano agli attori economici, le leggi sono prerogativa dei soggetti politici. Ed è proprio qui che casca l’asino.

L’Europa rischia di essere un soggetto debole rispetto agli Usa per due motivi. In primis, il potere decisionale è in mano a persone che ignorano bellamente ciò che approvano. In secundis, manca un modello europeo di sviluppo.

Andiamo con ordine. Gli europarlamentari voteranno senza conoscere l’oggetto di questo accordo. Il  principio: “Conoscere per deliberare” va a farsi benedire. Non si tratta, però, di politici distratti. Il problema è un altro. La trasparenza pubblicizzata dalla Commissione Europea vale solo per i lobbisti che possono accedere liberamente alle sudate carte. Per ogni deputato europeo, infatti, accedere ai documenti del Ttip è una mission impossibile.

Il sito spagnolo eldiario.es ci dimostra quanto detto. Circa un mese fa il parlamentare spagnolo Ernest Urtacan ha cercato di vederci chiaro. L’esperienza fu per lui, però, infausta.  Urtacan dichiara che prima di entrare nella reading room (un loculo di sei metri quadrati sorvegliato giorno e notte dai funzionari della Malstrom), si è dovuto sottoporre a una procedura a dir poco singolare: “Mi hanno tolto la penna, il bloc notes per gli appunti e il cellulare. Poi ho dovuto firmare un documento di 14 pagine come impegno di riservatezza. Dopo di che mi sono state concesse due ore al massimo per consultare i fascicoli, e per tutto il tempo sono stato controllato a vista da un funzionario”. Il commento dell’europarlamentare spagnolo è a dir poco negativo: “I documenti sono redatti solo in inglese, nonostante l’Ue conta 24 lingue ufficiali su 28 Paesi. Vi è altresì un problema tecnico”. Ma l’iberico pone un altro problema di carattere squisitamente tecnico: “Non sono un esperto di telecomunicazioni, e per capire i documenti secretati su questa materia mi sarebbe servito l’aiuto di un tecnico, e più tempo. Ma non ho potuto avere né l’uno, né l’altro”. Queste dichiarazioni sono state riportate da Tino Oldani su Italia Oggi.

L’altro punto debole dell’Unione Europea è la mancanza di un modello di sviluppo alternativo a quello statunitense.

Gli States hanno scelto una strada che qualcuno chiama: “Ceo-Capitalismo”. Il potere è distribuito su una piramide di tre livelli: 1% i supermanager, il 10% i loro servi scaltri (giornalisti, politici, tecnici), gli altri raccolgono le briciole sotto al tavolo. Attenzione, però, non si tratta di politiche di destra o di sinistra. Repubblicani e democratici sono accomunati dalla voglia di impoverire la classe media e di placare quella povera.

Il vecchio continente, al massimo si accontenta di fare qualche multa a Google o a Microsoft. Iniziative estemporanee senza una strategia di lungo respiro. Come facciamo, dunque, ad avviare una trattativa senza sapere quel che vogliamo?

Ma non è tutto. Non dimentichiamo, infatti, che giochiamo fuori casa. Le lobbies sono nel Dna della politica a Stelle e Strisce. La lobby agisce tramite un gruppo organizzato di persone che cerca di influenzare dall’esterno le istituzioni per favorire particolari interessi. Questi signori, in pratica, decidono chi deve sedere alla Casa Bianca. Figuriamoci quanto ci mettono a servirsi di un trattato transnazionale per tutelare gli interessi dei loro padroni. Ma gli europei riuscirebbero a fare fronte comune difendendo le loro peculiarità culturali economiche e politiche?

Ma certo che no. Ciò che deve farci paura, parafrasando Giorgio Gaber, non è l’americano in sé ma l’americano in noi.

Forse in questi giorni è inopportuno esprimersi in tal modo. Settanta anni or sono gli Yankees ci regalavano libertà e democrazia. E allora perché lamentarsi? Speriamo solo che siano buoni con noi come già hanno fatto in passato.

Salvatore Recupero

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