libiaRoma, 20 apr – Quando parli di fare una guerra o di compiere un’azione militare anche di breve durata, la gente ti guarda come se avessi proposto di reintrodurre la schiavitù.

Peccato che la guerra non se ne sia mai andata. E nemmeno la schiavitù, se è per questo.


Ieri, di potenziali schiavi –  manodopera a basso prezzo, per nulla sindacalizzata, disposta ad accettare qualsiasi condizione di lavoro – ne sono morti 700.

Gli stessi che di questo schiavismo beneficiano e che questa tratta fomentano, dichiarano tuttavia di essere disposti a tutto pur di bloccare questa ecatombe continua di morti in circostanze atroci. Il che, facendo la tara alla retorica che regna sull’argomento, significa al massimo che sono pronti ad aderire a qualcuna delle campagne di Repubblica, quelle coi selfie impegnati e i messaggi solidali.

Quel che davvero ci sarebbe da fare, invece resta un tabù. Ovvero una guerra. Per la precisione una guerra umanitaria: ne abbiamo fatte tante, tutte ipocrite, ma ovviamente non faremo mai quella che potrebbe salvare più vite di quanto non ne stronchi.

Il caos immigratorio, è chiaro a chiunque voglia vederlo, si risolve solo mettendo fine allo stato di non diritto sulle coste della Libia. Il concetto dovrebbe essere familiare, dato che appena nel 2011 a una guerra in Libia abbiamo pure partecipato: serviva a sostenere la “primavera araba” e deporre il “tiranno”. Cinque anni dopo, la tirannia è aumentata e sul Mediterraneo è inverno pesto, altro che primavera.

Il che significa che le guerre le facciamo ancora, anche se il concetto ci mette a disagio. Ma facciamo quelle sbagliate. L’abbiamo fatta in Libia. Abbiamo rischiato di farla in Siria. Qualche anno prima l’abbiamo fatta in Kosovo, per far sì che nascesse quello che oggi è il principale crocevia dello jihadismo in Europa.

Facciamo un sacco di guerre, a ben vedere. Tutte contro i nostri interessi. Oggi è il momento di combatterne una che faccia ciò che è giusto per noi. E per gli altri. Oggi la polveriera libica va disinnescata, prima che sia troppo tardi. Per salvare le vite degli altri. E, se non suona troppo antipatico, anche per salvare le nostre.

Adriano Scianca

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