Il salario minimo è una soglia nel pagamento delle prestazioni lavorative entro la quale rientrare per la retribuzione dei lavoratori, dunque, un tetto minimo garantito per ogni dipendente che viene assunto.

In teoria, anche se in Italia non esiste una legge sul salario minimo, che è attualmente solo una proposta al vaglio del Parlamento, applicare il contratto collettivo nazionale del lavoro (CCNL) significa di per sé definire dei parametri di paga oraria a cui attenersi a seconda della mansione e del livello.

Questo significa che, se nel nostro Paese, tutti i contratti fossero regolarizzati e ci si attenesse alle regole della contrattazione collettiva non ci sarebbe stipendi troppo bassi e non conformi all’orario di lavoro svolto e non occorrerebbe, perciò, alcuna legge sul salario minimo.

Questa misura, invece, sembra rendersi necessaria proprio perché c’è l’esigenza di contrastare il lavoro nero e l’abuso di contrattazioni ai limiti delle normative vigenti. Inoltre, l’introduzione del reddito di cittadinanza ha reso ancora più palese due aspetti che rendono urgente un intervento da parte della politica rispetto alla normativa che disciplina il lavoro, ossia:

  • Il reddito di cittadinanza è più alto di taluni stipendi con cui vengono retribuite alcune categorie di lavoratori
  • Il fatto che i centri per l’impiego non abbiano funzionato e continuino a non funzionare come dovrebbero ha fatto diventare questo provvedimento un sostegno al reddito di una durata più lunga rispetto a quella annunciata e ha dato, in qualche modo, vigore alla diffusione del lavoro nero.

Rispetto al secondo punto va chiarito che il reddito è una misura che interviene a tutelare i disoccupati e gli inoccupati mentre i centri per l’impiego si attivino per fare loro delle proposte lavorative, dandogli la possibilità di rifiutarsi fino a un massimo di tre volte. In realtà, in molte, troppe, zone d’Italia questa prassi non è mai stata avviata; perciò, c’è chi non ha mai ricevuto proposte di lavoro o comunque mai più della soglia fissata per perdere il diritto al sostegno economico.

L’altra questione è che, non essendoci un vero e proprio organo di controllo, molti percettori di reddito continuano a lavorare a nero e a percepire, a discapito del fisco e dei cittadini che pagano le tasse, un doppio reddito, quindi non dichiarato.

Va da sé che rispetto alla prima obiezione, tra i motivi per cui il reddito di cittadinanza non sta dando i frutti sperati, c’è che ci sono ancora troppi lavorati e lavoratrici che lavorano full time e percepiscono uno stipendio che non rispetta neanche i termini di un contratto part-time.

Il salario minimo in Europa

In quasi tutta Europa, a differenza dell’Italia, esiste una legge sul salario minimo e in almeno 7 paesi della nostra comunità questo tetto minimo è fissato intorno ai 1.000 euro. Ci sono poi paesi come il Lussemburgo dove la paga non può scendere al di sotto dei 2.256 euro o come l’Irlanda dove il reddito minimo corrisponde a 1774 euro al mese.

Scendono sotto i mille euro solo alcuni Paesi, fra cui Portogallo, Grecia, Lituania ecc. dove siamo fra gli 850 e i 650 euro garantiti e comunque si prevede che presto tutti i Paesi europei debbano adeguarsi a una certa soglia salariale minima, Italia compresa.

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Dunque, indipendentemente dal salario minimo e dalla sua istituzione in Italia, ci sono certamente delle posizioni lavorative che fin dall’inizio carriera riconoscono al lavoratore uno stipendio consono alla sua attività.

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