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Roma, 3 giu – Il Recovery Fund serve per imporre una nuova tornata di austerità di cui non sentivamo francamente il bisogno. L’abbiamo scritto in tutte le salse, ora anche l’Unione Europea si ritrova ad ammetterlo candidamente. Non si può nemmeno parlare di confessione, dato che il connubio tra fondi europei (soldi nostri, ricordiamo) e giro di vite sui bilanci statali era cristallino sin dall’inizio. Solo gli euroinomani in servizio permanente effettivo non potevano vederlo. Difficilmente lo coglieranno adesso, anche se è stato messo nero su bianco. Se non esiste peggior sordo di chi non vuol sentire, non esiste peggior eurolirico festante di chi non sa leggere i documenti ufficiali. Non serve nemmeno aprire Bruxelles come fosse una scatoletta di tonno (immagine scelta puramente a caso), dato che sono alla portata di chiunque abbia un minimo di familiarità con un motore di ricerca.

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Il contesto è il cosiddetto “Semestre europeo“, l’elefantiaco processo con il quale le istituzioni comunitarie danno la pagella agli Stati membri. Accompagnandola con una serie di suggerimenti su manovre e riforme. Parliamo delle “Raccomandazioni specifiche per Paese“, cui i governi dovrebbero attenersi nella definizione delle proprie politiche economiche. La Commissione ha così, non più tardi di ieri, redatto il proprio progetto, che verrà poi sottoposto (e in genere sostanzialmente accettato) al Consiglio Ue, chiamato ad adottarlo in via ufficiale.

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Recovery Fund uguale austerità: il grimaldello delle “Raccomandazioni”

Ebbene, di cosa si parla? Nulla di nuovo sul fronte occidentale, vien da dire. La solita pappardella fatta di politica di bilancio “prudente” necessaria per assicurare la “sostenibilità nel medio termine”, da conseguirsi anche e soprattutto “limitando l’aumento della spesa pubblica”. Simpatico eufemismo, quest’ultimo, per nascondere la realtà dei tagli: nel momento in cui vi è (e vi sarà ancora, negli anni a venire) bisogno come l’aria di spesa pubblica per contrastare gli effetti dei lockdown, Bruxelles chiede di tirare il freno. Come se, sempre su sua imposizione, non l’avessimo già tagliata a sufficienza: dal 2010 al 2016 la variazione anno su anno è stata sempre in negativo. Solo con la pandemia (e non è una buona notizia) sono stati recuperati i livelli pre-crisi finanziaria.

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Il problema, a questo giro, è che rischiano di non essere più di essere parole scritte sulla sabbia. E’ successo in passato, non accadrà adesso. Il regolamento del Next Generation Eu risulta infatti particolarmente sensibile sul tema. Non è un caso che i Piani nazionali, sulla base dei quali verranno poi ripartite le risorse, verranno valutati assegnando punteggi più alti “per quanto riguarda i criteri della coerenza con le raccomandazioni specifiche per paese”. Testuali parole.

Dov’è la fregatura? Nel fatto che le spese correlate al piano saranno anticipate dagli Stati, con la Commissione che interverrà per rimborsarle solo in un secondo momento. Questo a patto di rispettare tutte le condizioni (capestro) poste. Con la possibilità, che si fa dunque sempre più concreta, di poter arrivare a bloccare le erogazioni. Lasciando così il governo di turno (basterebbe solo un esecutivo sgradito: non sarebbe la prima volta) con il cerino in mano. Questo a meno di non prostrarsi supini all’ultima trovata: si scrive Recovery Fund, si legge austerità. Praticamente, come visto e previsto, nient’altro che un Mes cambiato di nome.

Filippo Burla

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