Roma, 2 nov – La società classista del capitale è asimmetrica, spaccata secondo la dicotomia Servo-Signore. Ogni tentativo di presentare una visione universale che mantenga tale società è, per ciò stesso, ideologica, giacché occulta il conflitto e l’inconciliabilità degli interessi degli oppressi con quelli degli oppressori. Per questo, le grammatiche oggi dominanti, presentando l’assetto vigente (mondializzazione, precarietà, deeticizzazione) come favorente l’interesse generale, operano secondo dinamiche ideologiche di indebita giustificazione dell’interesse particolare dell’élite globalista e neo-oligarchica ai danni della massa precarizzata e riplebeizzata.

Come sapeva Gramsci, una teoria può, a giusto titolo, definirsi rivoluzionaria solo allorché riesce a porsi come elemento di separazione in due campi privi di possibile conciliazione, ossia allorché prospetta un’immagine del mondo irriducibile a quella egemonica e contrastante rispetto ad essa. Tra le molteplici tragedie che attraversano l’epoca schiusasi con la fine, pur provvisoria, dell’utopia (Berlino, 9.11.1989), figura anche l’eclissi del campo plurale delle teorie agonalmente contrapposte. Il Signore domina oggi a livello sia materiale, sia culturale, grazie alle prestazioni dei suoi oratores di riferimento (ceto intellettuale, clero giornalistico e accademico, opinionisti mediatici, pretoriani della condition postmoderne, pedagoghi del mondialismo, aedi del cosmopolitismo liberale, ecc.): e il Servo subisce il conflitto ridefinito come massacro sia sul piano materiale, sia sul piano culturale, in quanto introietta e accetta la visione del mondo favorita dall’élite mondialista e santificante l’ordine dominante che prevede la permanente schiavitù della massa riplebeizzata.


Con il Weltdualismus, si è, in pari tempo, estinto il dualismo delle prospettive e delle immagini del mondo. In suo luogo, si è venuto costituendo quello che, con diritto, è stato definito il pensiero unico e che già Marcuse aveva etichettato come “pensiero a una dimensione”. L’ordinamento del mondo, che fino al 1989 era duale e diviso dal Muro di Berlino, ha rapidamente preso a disporsi in forma unipolare e unitaria. Al mondo monopolare corrisponde sempre più marcatamente un pensiero monopolare che lo santifica e, insieme, sanziona, diffama, dardeggia e perseguita ogni tentativo di pensare altrimenti. Lungo il piano inclinato che conduce dalla fine del comunismo storico novecentesco al nostro presente, si è venuto istituendo quel nuovo ordine mondiale classista planetario dell’egoismo liberale, de facto coincidente con il dominio del capitale su scala globale, non più contrastato dal suo nemico storico. È questa l’essenza del nuovo scenario post-1989, ossia del nuovo imperialismo americano-centrico che, sotto copertura ideologica umanitaria, delegittima, non senza il ricorso all’interventismo militare, ogni realtà non omologata rispetto ad esso, trovando la propria costellazione ideologica di riferimento nell’universalismo apolide del capitale, nella volontà di potenza della tecnica e nei valori illuministici umanitari.

L’epoca schiusasi con l’inglorioso teorema dell’end of history – peana della rassegnazione e del disincantamento funzionale al disarmo della critica – è, ipso facto, il tempo dell’impero globale liberaldemocratico a stelle e strisce ipostatizzato in destino fatale, irreversibile e incontrastabile per tutti i popoli del mondo: colonialismo militare, economico, culturale ai danni dell’Europa declassata al rango di colonia, guerra geopolitica contro the rest of the world, ossia contro il mondo non ancora mondializzato, in forme sia hard (bombe umanitarie a gestione unificata della NATO), sia soft (velvet revolutions variamente colorate) ma ugualmente orientate all’abbattimento di governi non filo-atlantisti (secondo la pratica del regime change), apologia diretta del capitalismo finanziario di Wall Street, sono questi alcuni dei cardini del nuovo ordine mondiale monopolare post-1989.

Diego Fusaro

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