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Laura-BoldriniRoma, 1 mar – Utero in affitto? Sì, no, forse. Laura Boldrini non ha le idee molto chiare sulla questione che sta dividendo la società italiana, anche in relazione alla recente “paternità” di Nichi Vendola. “Personalmente ho molte riserve sulla maternità surrogata”, ha detto la presidente della Camera a margine di un evento all’Università King’s College di Londra. Per la Boldrini “è un tema molto delicato” e i dubbi ci sono soprattutto quando “si ha a che fare con giovani donne straniere. È una pratica che si presta allo sfruttamento delle donne”.

Un attacco a Vendola? Da Sel – che poi sarebbe anche il partito della Boldrini – negano: l’indonesiana che ha fornito il ventre per partorire il piccolo Tobia Antonio, infatti, non rientrerebbe nella tipologia della giovane donna immigrata e bisognosa. Come facciano a saperlo e come possano fare congetture sul perché quella donna abbia fornito il suo utero per denaro non è chiaro (in ambito post-marxista dovrebbero sapere che lo sfruttamento è una pratica oggettiva, che ha poco a che vedere con la percezione dello sfruttato). Sarebbe davvero sorprendente, comunque, se la Boldrini avesse rilasciato queste dichiarazioni proprio ora senza riferirsi a Vendola, dato che quello è il caso di cui tutti parlano.

Ma quel che è più sorprendente è che la stessa Boldrini, appena poche settimane fa si dichiarava a spada tratta pro-stepchild adoption, che è appunto lo stratagemma con cui, per vie oblique, si intendeva legalizzare anche da noi le “famiglie” create ricorrendo all’utero in affitto all’estero: “Quando muore il partner e il figlio resta solo – dichiarava la Boldrini – il partner ha il dovere di occuparsi del figlio. Mi sembra quasi naturale che questo dovere si traduca in un diritto, perché sarebbe grave il contrario, se il partner si disinteressasse di questo figlio e lo lasciasse al proprio destino. Se è un dovere naturale perché non deve essere anche un diritto?”. È il classico trucco della “situazione di fatto” da “regolarizzare”: la stepchild adoption non farebbe altro che legalizzare l’esistente. Balle, perché il bambino della cui sorte si preoccupa la Boldrini non è nato sotto un cavolo, è stato partorito da una donna che, all’estero, ha ceduto il proprio ventre dietro pagamento, per assecondare i desideri di due italiani che hanno consapevolmente compiuto una pratica in Italia illegale, ben coscienti delle conseguenze. La verità è che se si è contrari all’utero in affitto non c’è motivo di essere favorevole alla stepchild adoption. E questo la Boldrini dovrebbe saperlo.

Giorgio Nigra