Francesco-Borgonovo-biopic-2Roma, 4 dic – L’obbiettivo dell’Isis? “L’ascesa dei partiti di estrema destra in Europa”. E noi che pensavamo all’imposizione della sharia o cose simili. La boutade viene dritta dritta dall’Huffington Post, che ultimamente ha un po’ il vizio di spararla grossa quando si parla di terrorismo. L’occasione è la presentazione di Jihad. Guerra all’Occidente, di Maurizio Molinari. Ma è davvero così? L’Isis tifa davvero Salvini? Lo abbiamo chiesto a Francesco Borgonovo, giornalista di Libero e autore di Tagliagole (Rizzoli).

Ha senso dire che per l’Isis è un vantaggio l’affermazione di partiti populisti o di estrema destra?

L’affermazione, per dirla in termini francesi, è una minchiata, Molinari non nel suo libro non dice esattamente questo, ma da buon conoscitore dell’argomento racconta ciò che i propagandisti dell’Isis spacciano.  Si tratta dunque di una lettura dell’Huffington, ma  indicativa di quello che pensano tanti a sinistra. Sembra che per loro problema principale sia se Salvini e la Le pen vincono le elezioni e non se l’Isis uccide gente in Europa. Semplicemente, nei testi di propaganda dello Stato Islamico è scritto che l’Europa è sprofondata in una sorta di “nuovo Medio Evo”, una “Età oscura”. Viene ripetuto spesso che i musulmani sono ovunque perseguitati nel Vecchio Continente. I pr del Califfato scrivono che le destre crescono e quindi mettono in guardia i musulmani da possibili, anzi probabili attacchi. Questo è il loro gioco: stimolano questo vittimismo e senso di persecuzione musulmano. Dicono ai musulmani: “Guardatevi dai gruppi di naziskin che girano per strada, che fanno le manifestazioni contro le moschee, preparatevi a difendervi”. Quindi sostenere, come fa l’Huffington, che il Califfato tifa per l’affermazione dell’estrema destra è come dire che il Califfo telefona a Salvini e concorda con lui la strategia per le Regionali. Assurdo. 

Non è più conveniente per l’Isis avere una situazione politica come quella attuale, con i partiti di governo europei alleati di paesi come Arabia Saudita e Turchia, che finanziano l’Isis o che comunque lo contrastano in modo blando?

Di sicuro è sconveniente l’affermazione delle forze identitarie perché sono le uniche che promettono qualcosa che serve, ovvero la chiusura delle frontiere e più controlli. Conviene all’Isis, invece, avere governi di sinistra come quelli attuali, favorevoli alle porte spalancate e all’immigrazione incontrollata. Cioè l’immigrazione che, come dimostrato ormai da più parti, favorisce i trafficanti di uomini che fanno affari con i jihadisti; favorisce la Turchia che ci ricatta regolando i flussi di immigrati (e poi, a quanto pare, supporta il Califfato) e favorisce pure l’ingresso di potenziali terroristi. A favorire l’Isis non sono soltanto le politiche dei progressisti, ma anche l’atteggiamento che impongono. Trattandoli sempre come vittime – visto che la vittima è uno dei grandi miti del nostro tempo – e sottomettendosi a qualunque richiesta, i liberal e i sedicenti democratici alimentano l’idea che esista una islamofobia diffusa. Anche se, in realtà, i musulmani sono trattati molto meglio qui che in molti Paesi arabi o comunque a maggioranza musulmana. Ricordiamoci, per esempio, che i Paesi del Golfo si rifiutano persino di accogliere profughi, per quanto musulmani. Soprattutto,  la retorica di sinistra ha creato l’idea che l’Islam sia la religione degli oppressi: questa è la cosa che fa più male in assoluto, mostra l’Islam come una sorta di alternativa radicale al turbo capitalismo occidentale. Un sacco di gente anche nata e cresciuta in Europa, a causa del senso di frustrazione e di rigetto per il sistema dominante in Occidente, vede nell’islam un’alternativa, una forma di reazione. Ma non lo è. In particolare non lo è l’islam radicale dello Stato islamico. Che una versione marcia del turbo capitalismo. E’ uno jihad-capitalismo che cancella ogni cultura e identità tranne quella islamica, che non ammette confini perché l’islam è l’unica vera religione universale e che, soprattutto, considera valida solo la legge di Dio.

Con le difficoltà che sta incontrando lo Stato Islamico in Siria e in Iraq dopo l’intervento russo e francese, esiste secondo te il rischio che la Libia e in particolare Sirte diventino il nuovo quartier generale dell’Isis?

È così già da un po’ di tempo. È ridicolo il fatto che, considerati i problemi della Libia (per altro creati con la complicità dell’Europa) noi diamo 281 milioni di euro alla Turchia. A che scopo? Solo in base ad una promessa che ci ha fatto Erdogan di fermare i flussi migratori, una semplice promessa che non riuscirà a rispettare. Ma nel frattempo noi gli abbiamo dato 3 miliardi come Ue e 281 milioni come Stato italiano. Per controllare i migranti che arrivano per le rotte balcaniche, i quali, a parte sforare ogni tanto in Friuli quando rimbalzano sui vari muri costruiti qua e là, puntano a raggiungere la Germania, visto che la Merkel ha spalancato le braccia e i confini per attirare nuovi schiavi. La maggioranza dei migranti che arrivano da noi, invece, viene dalla Libia o comunque attraverso il Mediterraneo. Dunque dare i soldi a Erdogan non ci serve a un tubo. Invece ci servirebbe risolvere il caos libico. Invece temporeggiamo, e i jihadisti hanno campo libero. Dopo tutto, l’Europa che paga Erdogan è quella che ha attaccato Gheddafi, che ha sostenuto le varie primavere, durante le quali sono stati liberati dalle prigioni anche tantissimi mujaheddin. Io lo scrivo dal 2011. Allora questi combattenti ci venivano presentati come eroi della libertà e della democrazia. Adesso vediamo i risultati: ci ritroviamo una succursale fortissima del Califfato a pochi chilometri da casa. Vogliono colpirci, lo scrivono da tempo. Lo dicono loro che partiranno attacchi contro l’Italia dalla Libia, anche attraverso i flussi migratori, perché in questo caso qui non gli crediamo?

Molinari nel suo libro parla di una strategia del Califfato nei paesi europei, tesa a creare delle “gang” che si organizzeranno poi per un attacco finale alla capitale della Cristianità, una vera e propria “Marcia su Roma” viene definita. È uno scenario realistico?

Noi dobbiamo distinguere tra le cose realistiche che dice l’Isis dice e le sparate che scrive a fini di  propaganda e minaccia. L’idea di spingere i musulmani a organizzarsi in bande per “difendersi dai neonazisti” serve ad alimentare il vittimismo e il senso di persecuzione. Anche di chi non è particolarmente devoto, di chi non frequenta la moschea, ma vede appunto nell’islam un’alternativa radicale. Questa propaganda – che si rivolge a target diversi – innesca chi è frustrato per motivi personali, chi è insoddisfatto del suo lavoro, o gli immigrati di seconda e terza generazione che si sentono stranieri nel Paese in cui sono nati, si sentono un corpo estraneo nello Stato. A queste persone il Califfato dà la possibilità non solo di sfogarsi, ma anche di ottenere tutto e subito: visibilità sul web, donne da sposare, magari una bella casetta in Siria e il suv. E’ il sogno piccolo borghese, solo ottenuto col kalashnikov. Invece di combattere questo vittimismo che spinge alla radicalizzazione, la sinistra lo alimenta. E i musulmani – soprattutto i leader politici – lo sfrutta alla bisogna.

Quindi è solo propaganda?

Sì, i tagliagole puntano a innescare anche i singoli, i quali magari agiscono individualmente, senza far parte di cellule. Non importa che i vertici dello Stato Islamico abbiano o meno ordinato una strage, quello che conta è che qualcuno l’abbia  fatta e lo Stato Islamico possa rivendicare o festeggiare. Che volete che gliene freghi, ai jihadisti: loro vincono comunque.

Tu che sei autore di Tagliagole e hai approfondito molto la tematica di questo nuovo terrorismo islamico, quali reputi che siano gli errori che le classi dirigenti occidentali stanno compiendo rispetto a questo nuovo fenomeno? Anche a causa dei media, non pensi che ci sia grande confusione da parte delle popolazioni occidentali rispetto all’Isis?

Per risolvere i nostri problemi dovremmo piantarla di seguire gli interessi degli Usa o della Germania, gli interessi di tutti tranne che i nostri. Noi dovremmo dire “occupiamoci della Libia che è a un metro da noi, i soldi ai turchi non glieli diamo, almeno finché Erdogan non chiarisce la questione dei finanziamenti allo Stato Islamico, visto che le prove sono evidenti”.  Noi invece facciamo gli interessi degli altri. E alimentiamo solo retorica. I musulmani sono poveri perseguitati, l’islam è una religione di pace… Poi, quando dobbiamo dire che i tagliagole sono cattivi, cosa facciamo? Scriviamo ciò che ha scritto l’Unità: che sono fascisti. Che bello, che bravi! Finalmente hanno trovato il male assoluto. Non riescono manco a scrivere la parola “musulmani”, perché non vogliono offendere le minoranze, però parlano di fascismo, che non c’entra un tubo. Spiegano che i jihadisti faranno la “marcia su Roma” (come ha riportato l’HuffingtonPost, ndr), faranno le squadracce, dunque sono “islamofascisti”. La realtà è che non hanno nulla a che spartire col fascismo. La loro politica è la religione, fine. Per loro non esiste separazione fra Stato e Chiesa. L’islam oppressivo che domina qualunque cosa ha arrestato lo sviluppo di interi Paesi. Che non possono nemmeno lavorare sulla lingua, perché è sacra, è quella del Corano, e come è noto il Corano non si può toccare, è perfetto. Il dramma non è che l’islam non ha vissuto l’illuminismo. Non ne ha bisogno: a tagliare teste ci pensa già da solo. Il dramma è che non ha avuto il Rinascimento – cioè uno dei momenti fondativi della civiltà italiana ed europea. Non ha allargato gli orizzonti oltre la religione, non ha aperto la mente. Noi invece il Rinascimento l’abbiamo avuto, però cominciamo a dimenticarcene. Ci riempiamo la bocca di “valori universali” e non sappiamo nemmeno quali siano i nostri valori particolari e unici. Esiste una terza via, una posizione terza, tra l’esportare la democrazia e i “diritti universali” di cui sopra con le bombe e infilarsi un cappuccio nero per ammazzare gente in nome di Allah. Dobbiamo smettere di pensare l’islam come la religione degli oppressi, la religione antisistema, l’alternativa spirituale al turbo capitalismo. La posizione terza di cui parlo consiste nel difendere la propria identità contro tutti gli imperi che vogliono eliminarla. Io non sopporto Starbucks che per Natale distribuisce un bicchiere rosso, senza simboli, senza segni non solo religiosi, ma tradizionali e culturali: una superficie rossa e uniforme, livellante. M a non sopporto nemmeno chi vuole cancellare i simboli del Natale dalle scuole. Ripeto, non è questione di fede, ma di tradizione. E di banale rispetto. Il fatto è che il più delle volte a pretendere la cancellazione della nostra cultura siamo proprio noi italiani, e in questo modo favoriamo stranieri che arrivano in numero sempre maggiore e si percepiscono – a differenza nostra – come una comunità, come un corpo estraneo e migliore. E per questo si impongono. Mi fa schifo la sottomissione, che sia all’islam o al politicamente corretto. Chi si fa sottomettere volontariamente, di solito lo fa in un altro contesto – privato – e prova piacere. Noi ci sottomettiamo e abbiamo solo il dolore. Anzi, il vuoto, che è peggio.

Davide Di Stefano

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