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Roma, 19 feb – Il governo Draghi incassa la fiducia anche alla Camera – i sì sono 535, contrari 56 (di cui 16 M5S, che rischiano l’espulsione) e 5 gli astenuti (4 M5S tra questi) – e la scissione nel Movimento è ormai inevitabile. Come accaduto al Senato, l’esecutivo dell’ex numero uno della Bce non supera i numeri del governo Monti, che nel 2011 ottenne 556. Draghi dunque si posiziona al terzo posto dietro anche il governo Andreotti IV (del 1978) che ottenne 545 sì. Ma, tornando ai 5 Stelle, sono altri i numeri sotto osservazione. Infatti oltre a contrari e astenuti, nel Movimento si registrano anche 12 assenti per il voto di fiducia di ieri. In totale 34 deputati pentastellati, pronti a dar vita a un nuovo gruppo.

I dissidenti M5S hanno i numeri per creare un nuovo gruppo in Parlamento

Il dissenso dentro il Movimento è dunque ufficiale e la scissione è ormai una realtà, è solo questione di tempo. Al di là degli appelli all’unità del garante Grillo. Anche perché i dissidenti hanno i numeri per dare vita a un nuovo gruppo in entrambi i rami del Parlamento. E come simbolo i dissidenti potrebbero prendere in prestito quello dell’Italia dei Valori. Dopo l’espulsione dal gruppo parlamentare dei 15 senatori dissidenti che hanno votato contro il governo Draghi, fra cui quella di alcuni volti storici del Movimento come la Lezzi e Morra, torna in azione anche Alessandro Di Battista, che pochi giorni fa ha lasciato il M5S.

Di Battista: “Abbiamo una robusta opposizione da costruire”

“Ci sono cose da dire. Scelte politiche da difendere. Domande a cui rispondere ed una sana e robusta opposizione da costruire“, dice Dibba, annunciando per domani una diretta Instagram. Era lui il leader dei “duri e puri” nel Movimento, d’altronde. E dunque potrebbe guidare anche gli scissionisti. Sebbene il tramite con IdV (e il simbolo) sia l’ex del partito Elio Lannutti, oggi tra i volti noti dei dissidenti pentastellati.

Quanto costa la scissione in termini di poltrone nel governo

Con una scissione, peraltro, i numeri del M5S in Parlamento si ridurrebbero. E questo comporterebbe una perdita di poltrone per i governisti. Se tutti i dissidenti alla fine dovessero lasciare il Movimento, infatti, per i grillini i posti da sottosegretari scenderebbero da 13 a 11. A quel punto infine, Lega e M5S pari sarebbero. Insomma, ai vari Di Maio, Grillo e Crimi questa scissione potrebbe costare davvero caro.

Adolfo Spezzaferro

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