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Roma, 15 feb –L’aspettativa è finita. E adesso Giuseppe Conte, premier per caso di ben due governi in due anni, torna in classe. Il rettore dell’Università di Firenze, Luigi Dei, ha infatti firmato oggi il decreto per il rientro in servizio del professor Conte. Concluso il periodo di aspettativa obbligatoria iniziata nel 2018 con la nomina a primo ministro del già “avvocato del popolo”. Archiviata – almeno per ora – la parentesi politica, Conte salirà di nuovo in cattedra per insegnare Diritto privato. Come si suol dire nelle facoltà di Giurisprudenza, “dato privato mezzo avvocato”. Libera esegesi, in questo caso.



L’attimo fuggente del professor Conte

Sembra quasi una storia triste, di quelle che commuovono grandi e piccini. Magari Conte è pure un buon professore, di quelli che si fanno apprezzare dagli studenti per passione, capacità di ascolto ed equilibrio. Da non confondere con l’equilibrismo a cui ci ha abituato da premier. Il suo attimo fungente da uomo sopra le parti gli è infatti sfuggito di mano d’un tratto, trasmutato in anello di congiunzione di tutto. Primo ministro capace di presentarsi prima come portavoce del sovranismo e poi come strenuo difensore dell’europeismo. Conte è riuscito a sfuggire a qualunque sistema di codificazione per l’identificazione dei colori, dopo aver trasformato l’Italia in un cubo di Rubik.

Ma davvero non lo rivedremo più saltellare da un ramo all’altro dell’agone politico? Conte non si sbilancia, ma come riporta Il Fatto Quotidiano assicura: “Ora il mio futuro immediato sarà il rientro come professore all’Università. È terminata l’aspettativa quindi tornerò a Firenze”. Tutto è bene quel che finisce bene, ma quel roboante “io ci sono” lanciato ai compagni di viaggio pentastellati? “Ci sono molti modi per partecipare alla vita politica. Adesso lo vedremo insieme agli amici con cui abbiamo lavorato”. La sensazione è che Conte si senta sedotto e abbandonato, pur non rassegnandosi al fluire delle cose. Visto mai che a forza di scorrere tutto ritorni sul serio.

Aspettative e declamazioni

E così l’ex premier tenta l’ultima approccio, con un messaggino malinconico inviato alla già traballante alleanza M5S-Pd-LeU. “Quello è un progetto che io non ho declamato a caso, ma è un progetto che abbiamo iniziato a realizzare e che ha già prodotto dei risultati e altri vanno ancora realizzati. È un progetto ai cui credo molto sia da politico che da provato cittadino e da ex presidente del Consiglio. A questo progetto – dice Conte – continuerò a dare il mio contributo nelle modalità che decideremo insieme”.
Un discorso declamato, neanche fosse stato un inno. Nostalgie da antologie, ispirazione manzoniana: “Sopra tutto poi declamava contro que’ suoi confratelli”.

Eugenio Palazzini

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