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Roma, 20 gen – Giuseppe Conte prende tempo per provare a salvarsi dalle dimissioni e per farlo deve riuscire a dar vita a un nuovo gruppo al Senato, quello dei “volenterosi”. Ecco perché il “mercato delle vacche” che abbiamo visto ieri fino all’ultimo secondo prima della chiusura delle votazioni è soltanto all’inizio. Incassata una fiducia risicata di 156 sì – grazie, tra gli altri, ai senatori a vita e a due transfughi di Forza Italia – il premier, al di là delle belle parole e dei suoi appelli, ha un unico programma politico: restare premier. Ma stavolta non è detto che ci riuscirà ancora a lungo. Vediamo perché.

Per evitare le dimissioni e il Conte ter, il premier deve dar vita in fretta al gruppo dei “volenterosi”

Pur di evitare il più a lungo possibile un Conte ter e il doppio passaggio obbligato – al Colle per le dimissioni e il reincarico e in Aula per la fiducia – pieno di insidie, l’ex avvocato del popolo ora strenuo difensore della sua poltrona punta tutto sul gruppo dei contiani. Orfana di Italia Viva, la maggioranza giallofucsia ha bisogno di allargarsi, per non andare sotto nelle commissioni chiave dove – tanto per fare un esempio – dovrà passare la riforma della legge elettorale. Per questa operazione – acquisire senatori promettendo loro incarichi e poltrone – Conte si vuole prendere una decina di giorni, due settimane al massimo. Se l’operazione dovesse fallire, il premier sarà costretto a dimettersi.

Con il Conte ter e il rimpastone anche il Pd batterebbe cassa

A quel punto che succederà? Molto probabilmente nascerà il Conte ter, con un rimpastone che accontenterebbe sì i “volenterosi” – alias i voltagabbana che hanno votato la fiducia al Senato salvando il premier – ma anche il Pd, che vuole battere cassa per avere il giusto peso nel governo. In tutto questo a rimetterci sarebbe il Movimento 5 Stelle. Ma i grillini – ormai è conclamato – sono disposti a tutto pur di restare incollati alla poltrona. Anche perché quando un giorno si tornerà al voto, saranno drasticamente ridimensionati. Non solo per il calo verticale di consensi ma anche per il taglio dei parlamentari da loro fortemente voluto.

Il Pd aspetta che Conte si logori da solo

Dal canto suo, il Partito democratico in questa fase è doppiamente colpevole. Perché sta tenendo in vita Conte aspettando che si logori da solo – con la sua pervicace tigna nel non voler mollare la poltrona – quando avrebbe potuto buttarlo giù grazie alla crisi scatenata da Renzi. Ma anche e soprattutto perché si è appiattito sul M5S avallando il tirare a campare ad ogni costo. Certo, da fine luglio in poi, con il semestre bianco, tutto sarà lecito. Mattarella infatti non potrà più sciogliere le Camere. Lo sa bene il Pd. Come lo sa bene Renzi, che non ha alcuna fretta di tornare nella maggioranza, sicuro che il suo tempo verrà (visto che porterà in dote la testa di Conte). Ma fino ad allora il rischio è che il premier trascini il suo governo e il Paese nel pantano dell’immobilismo, con i provvedimenti incagliati nelle commissioni e il rischio di andare sotto in Aula da un momento all’altro.

Il ruolo di Mattarella

In tutto questo, emergono due fatti inoppugnabili: Conte ha a cuore la sua poltrona più del bene del Paese, nonostante la pandemia; a permettergli di provare a salvarsi fino all’ultimo è il presidente della Repubblica. Certo, se entro tot giorni la maggioranza non si stabilizzerà con la nascita del gruppo dei contiani – che dovranno spartirsi le poltrone lasciate libere da Iv – Conte dovrà salire ancora al Quirinale, ma stavolta per dimettersi. E sperare che Mattarella si fidi ancora di lui. Anche perché in ballo ci sono i miliardi Ue del Recovery plan e l’obbligo di convincere Bruxelles che l’Italia sia in grado di gestirli. Con un governo forte e una maggioranza stabile.

Adolfo Spezzaferro

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