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Milano, 21 apr – Riaprire in modo diversificato le Regioni, dando la precedenza a quelle meno colpite dall’epidemia? Per il governatore della Lombardia Fontana è una pessima idea, una misura «monca e zoppa» e «non consentirebbe un equilibrato sviluppo nemmeno alle regioni che aprono». Lo ha dichiarato stamattina ai microfoni del programma 24 Mattino, su Radio 24, intervenendo nuovamente sulla fase 2, insistendo sui benefici di una riapertura omogenea del Paese: «C’è una tale interconnessione tra le filiere e le attività commerciali, che c’è davvero il rischio che un’apertura a spizzichi e bocconi, a macchia di leopardo, faccia più danni che vantaggi», spiega.

I rischi della riapertura a macchia di leopardo

Gli scambi tra Regioni sono talmente fitti da non consentire una riapertura a scaglioni: si rischia di mettere ulteriormente a rischio gli sforzi fatti fino ad ora: «Se si tratta del negozio di vicinato va benissimo che le cose siano diverse, ma sono convinto che la riapertura debba avvenire nel momento in cui, comunque, il rischio del contagio si sia concluso o sia vicino alla conclusione su tutto il territorio. Perché il rischio che il contagio riprenda c’è, senza sapere da dove riparte», ha insistito il governatore lombardo. Che però puntualizza, «Noi non è che vogliamo riaprire rischiando, io ho sempre sostenuto che la riapertura deve essere subordinata alla sicurezza e credo anche che finché non si individuerà un vaccino dovremo convivere con questo virus». Non a caso Fontana ha citato anche il premio Nobel Luc Montagnier e ha dichiarato: «Secondo lui, dopo un certo numero di giorni, il virus scompare, speriamo abbia ragione. Se così non fosse dovremo imparare a conviverci, perché non potremo, per tutta la vita, dividere l’Italia ed escludere le aree contagiate e per convivere con il virus bisognerà assumere stili di vita diversi da quelli di adesso».

«Lo Stato non ha fornito i dipositivi»

Il governatore della Lombardia ha di nuovo puntato il dito contro lo Stato colpevole dei mancati rifornimenti dei dispositivi di sicurezza individuali, che «avrebbero dovuto esserci procurati da chi deve gestire le emergenze nazionali, è compito dello Stato. Non è un’accusa ma un dato di fatto: anche noi abbiamo cercato di comprare nel mondo e non era facile trovarli. Su questo noi abbiamo fatto quello che abbiamo potuto e lo Stato ha fatto quello che ha potuto, abbiamo cercato di supportare lo Stato nella ricerca di questi dispositivi che, oggettivamente, non c’erano».

Il nodo delle assunzioni

Fontana si scaglia poi contro la finanziaria del 2014 che, di fatto, ha impedito alla Regione di poter assumere più personale: «Da due anni sto chiedendo di darmi la possibilità di poter assumere più medici e infermieri e quando parlavo di autonomia facevo sempre questo esempio», ha spiegato Fontana. «Purtroppo la storia mi ha dato ragione, se avessimo avuto la possibilità di assumere più medici e infermieri, avendo le risorse per farlo ed essendo invece ciò impedito da una legge nazionale, la finanziaria del 2014, forse avremmo potuto affrontare con meno ansia questo evento».

La polemica delle ospedalizzazioni

Durante la trasmissione Fontana si è difeso dagli attacchi sulle troppe ospedalizzazioni iniziali: «Chi fa questa accusa è chi non ha visto cosa stava succedendo. Arriva anche dai medici di Bergamo? Ci sono medici che dicono una cosa e medici che ne dicono un’altra. Quando una persona non respira e rischia di morire soffocata, a casa non si può curare», spiega. Nei giorni del picco massimo, all’interno dei pronto soccorso «c’erano 80-90 persone all’interno del triage che non riuscivano a respirare», ricorda Fontana. «Quelle erano persone che dovevano essere ospedalizzate». E ha concluso: «Non ci sono alternative. Si può dire tutto e il contrario di tutto, ma io parto dal presupposto di chi questa storia l’ha vissuta in prima persona».

Cristina Gauri

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