Roma, 29 nov – C’era un tempo in cui i grillini apparivano a tutti barricadieri. Infuriati con la casta, antisistema convinti, magari un po’ naif eppure proprio per questo genuini. In illo tempore il loro leader Di Maio, pur divenuto governativo, tifava gilet gialli e attaccava Macron. Perché altrove la casta andava ancora scardinata, aperta come una scatoletta di tonno e rinnovata con spruzzate di vaffa ecosostenibili. Quel tempo non c’è più, le capriole del M5S sono una costante e di queste nessuno riesce più a stupirsi. In fondo l’abitudine finisce per tediare anche la critica.

Se Di Maio tifa Macron

Nonostante ciò, l’ultima giravolta di Luigi Di Maio suona come un requiem per quel barlume di ribellismo rimasto nel firmamento pentastellato, flebile luce omaggiante la galassia della prima ora. Il ministro degli Esteri, già leader politico dei Cinque Stelle, ha infatti dichiarato che in Francia sceglierebbe Emmanuel Macron. “Voterei per lui”, ha detto – ospite alla festa del Foglio – senza alcun indugio. Mettendo poi una pietra tombale sul suo incauto passato, allorquando sosteneva le piazze che contestavano il presidente transalpino. “Non ho nessun problema a mettere nero su bianco i miei errori del passato. Il Trattato del Quirinale è una grandissima opportunità per l’Italia e la Francia ma anche per l’Europa, ad esempio sul tema dei migranti”, ha precisato Di Maio.

Chiamateci progressisti

Candide ammissioni, mea culpa utili per il definitivo cambio di immagine grillina, al fine di trasformare il movimento “né di destra, né di sinistra” in partito progressista. Il tutto, si badi, non tanto per l’apprezzamento dichiarato nei confronti di Macron. Dopotutto il presidente francese è quasi inclassificabile in base alle vecchie categorie politiche, sorte proprio in Francia in tempi di settecentesca rivoluzione. Di Maio ha semmai bisogno di ricollocarsi nel bel mezzo del restyling pentastellato, di ritagliarsi nuovamente un ruolo da protagonista e dunque contrastare l’attuale leadership di Conte, nata traballante e sempre guardata con sospetto dal guru maximo Grillo.

Restaurazioni e variabili impazzite

Se il movimento diverrà davvero un partito, come ogni passo interno lascia pensare, dovrà per forza di cose avere correnti scalpitanti. Tuffandosi così nell’essenza, a lungo scongiurata, della Prima Repubblica. Finito il baccano pseudo-rivoluzionario, la quiete della restaurazione procederà allora spedita. In fondo, Pci e Psi non sono propriamente un lontano ricordo. Presto appariranno in altre forme, ribattezzati ora Pd e M5S, poi chissà. La differenza sarà solo nella sostanza ideologica, con il socialismo di base sostituito dal globalismo più esasperato. La variabile impazzita potrebbe essere la solita scheggia extraparlamentare, ma è oggi un compagno errante, troppo scapigliato per essere un vero guastafeste. Vero Di Battista?

Eugenio Palazzini  

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