Rompiamo subito l’incantesimo: l’Italia non è potenza di terra, l’Italia è talassocrazia in potenza. Geografica ontologia, abbecedario obbligatorio per necessaria palingenesi geopolitica. Ripensiamo allora il primo assunto schmittiano, corretto se riflesso germanico: «La storia mondiale è la storia della lotta tra le potenze marittime e quelle terrestri». Noi siamo terzo incomodo, siamo terra nell’acqua. Ineluttabile, dunque dirimente: riprendersi il mare, nostro, per tornare terra. Di qui, stracciamo un equivoco: l’atlantismo è gabbia ma non prigione, non per forza, almeno. Catena senz’altro reale, di vassalli che si pensano tali impugnando la spada se indotti dal sovrano. Ma il sovrano non vede tutto, non controlla tutto, non è interessato a tutto. Gli Stati Uniti non possono, né vogliono, supervisionare l’ovunque caotico. Per disinteresse e ruolo strategico ricalibrato in Baltico, Artico e Indo-Pacifico.

Atlantismo e vassalli

Realistico disincanto: non siamo in grado di rinunciare allo scudo atlantico, non ora, non qui. Fuggire la rassegnazione, scacciare l’illusione. Possiamo altrimenti concentrarci sull’onirica teoria, veleggiando in mari senza Nato, senza Usa, senza la voce del padrone. Da sogno reale a realtà chimerica: da marinai possibili, finiremmo avannotti in mare di squali e pescatori, dove il predatore alfa si traduce con sultano turco e il nuovo re con zar russo. Cosicché l’adagio di Pompeo Magno, dunque mediterraneo: navigare necesse est. Per farlo serve visione del presente, prima di affogare in futuro.

Specchiamoci allora nell’acqua, la nostra. Osserviamoci senza filtri endogeni, con una consapevolezza perduta: si è liberi anche con la pistola puntata alla tempia, basta volerlo e iniziare a caricare il fucile. Per farla finita con l’atlantismo cieco, serve solo posare il fiasco dell’anti-atlantismo miope. Iniziamo a navigare.

Centralità perduta

Il Mediterraneo, in virtù della centralità geografica della penisola italica, assegna da sempre al nostro Paese un naturale ruolo di ponte tra gli interessi dell’Europa continentale e le nazioni nordafricane e del Medio Oriente. Già coloniale, in parte postcoloniale, mai neocoloniale, l’Italia è epicentro insostituibile di un nostrum che non è più mare chiuso, semmai allargato, oceano in fieri, dunque Medioceano. Persa l’epopea del Ventennio, Amintore Fanfani, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, lo capì nel lontano 1958: «Sia come storico, sia come capo del governo, non posso dimenticare che l’Italia era doppiamente grande quando era consapevole della sua funzione di ponte tra l’Europa e i Paesi del Mediterraneo. L’Italia ha ritrovato oggi questa consapevolezza in un’atmosfera di libertà e di pace». Certezze perse, colpa nostra.

La politica estera dell’Italia si incentrò per tutto il secondo dopoguerra sul dialogo e sulla cooperazione con i Paesi arabi moderati, al fine di concretizzare lo sviluppo economico e la stabilità geopolitica di questa regione. Gli anni Sessanta e Settanta, con la scomparsa dalla scena politica italiana di importanti protagonisti del cosiddetto neoatlantismo come Gronchi e Mattei, furono caratterizzati da un forte ridimensionamento dell’azione italiana nel Mediterraneo a causa dell’instabilità politica interna, dell’aumento del terrorismo internazionale e del «compromesso storico», che vide anche il Pci allinearsi su posizioni filo-atlantiche con l’accettazione della Nato. A partire dalla Guerra dei sei giorni, nel Mediterraneo si aprì una stagione di cambiamenti che crearono una forte incertezza nei rapporti internazionali, con la guerra dello Yom Kippur, l’ascesa al potere di Gheddafi, lo choc petrolifero, fino ad arrivare alla crisi di Malta con i Paesi occidentali e alla rivoluzione khomeinista in Iran.

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L’Italia, soprattutto dai primi anni Settanta, per evitare di prendere posizioni sin troppo nette, nel ribadire più volte la propria equidistanza nella politica mediorientale, rafforzò la cooperazione con i Paesi del Mediterraneo attraverso il richiamo all’importanza del ruolo giocato dalle Nazioni Unite. Negli anni Ottanta, con Craxi e Andreotti, crebbe l’attenzione del governo italiano nei confronti del Mediterraneo, attraverso una costante ricerca di stabilità regionale e di collaborazione economica con i Paesi arabi e nordafricani. Mostrammo così maggior protagonismo. Ma è per tutto il secondo dopoguerra che l’Italia ha rappresentato per i Paesi arabi del Mediterraneo un ponte con l’Occidente e, nonostante il suo sostanziale allineamento con la politica di Washington, durante la guerra fredda ha garantito maggiore apertura rispetto ai due grandi blocchi contrapposti. Rifuggendo di fatto quello «scontro di civiltà» teorizzato da Samuel Huntington, anche dopo l’11 settembre, di fronte ai cambiamenti del sistema politico internazionale, ha mantenuto sempre un profilo equilibrato. L’equilibrio non basta a giganteggiare, ma è un punto di partenza.

Certezze perse, colpa nostra, dicevamo. La destabilizzazione delle nostre frontiere marittime è innanzitutto vulnus italiano, più che sottrazione altrui. Perché negli ultimi lustri abbiamo…

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