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Roma, 14 ott  – Il presidente di Confindustria Carlo Bonomi non cede di un millimetro sulle richieste dei lavoratori: “Il governo è stato chiaro. Non è corretto scaricare il costo del Green pass sulle imprese o sulla fiscalità generale, quindi sulle tasche dei cittadini”



Bonomi (Confindustria): “Tamponi a carico dei dipendenti”

“Il governo è stato chiaro, il tampone è a carico del dipendente” precisa il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, si esprime così a Porta a Porta in vista del 15 ottobre, data in cui il Green pass sarà obbligatorio per i lavoratori del settore pubblico e privato. “La posizione di Confindustria era ben chiara, noi avevamo una posizione molto decisa sull’obbligo vaccinale, abbiamo preso coscienza che la politica ha fatto la scelta di non andare verso l’obbligo vaccinale perché era una scelta dirompente e il Green pass rappresenta l’unico strumento per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro”, continua il presidente di Confindustria.

“Non è corretto scaricare costi sulle imprese”

“Francamente non è corretto scaricare di nuovo sulle imprese, o sulla fiscalità generale, quindi sulle tasche dei cittadini, il costo del Green Pass: non mi sembra corretto”, sostiene Bonomi. Il quale, ovviamente, ha da ridire anche sulle proteste no green pass che stann infiammando il Paese e che mettono a rischio blocco i trasporti e la logistica: “Non condividiamo le proteste sul Green pass. In un momento in cui il Paese stava uscendo finalmente da un momento drammatico, un momento in cui l’economia si stava riprendendo, ci troviamo di fronte adesso ad un problema con le materie prime, il costo energetico schizzato alle stelle e adesso anche queste proteste che non condividiamo” ha detto Bonomi.

Ilaria Paoletti



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5 Commenti

  1. Greenpass: tamponi e test salivari sono a carico dei datori di lavoro.

    Con l’ultimo DL 127, varato dal CdM il 17 e firmato dal Presidente Mattarella il 21 settembre, attualmente in corso di esame alla 1^ Commissione permanente Affari Costituzionali, il Governo Draghi ha voluto precisare più volte nel testo che “l’impiego delle certificazioni verdi COVID-19”, nel privato e nel pubblico, “non determina nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

    Le attuali norme vigenti dicono tutt’altro: “Le misure relative alla sicurezza, all’igiene ed alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori”.

    E l’art. 32 del Decreto Sostegni bis accomuna tali dispositivi ai DPI, noti per essere da sempre stati a carico dei datore di lavoro.

    Da quando il SarS-CoV-2 è stato inserito di prepotenza nei rischi biologici regolati dalla normativa europea che, appunto, riguarda i rischi per la salute sul posto di lavoro.

    Con la Direttiva (UE) 2020/739 del 3 giugno 2020 la voce “Sindrome respiratoria acuta grave da Coronavirus 2 (SARS-CoV-2)” viene di fatto inserita nell’allegato III della Direttiva 2000/54/CE (direttiva agenti biologici relativi ai virus tra cui la famiglia “Coronaviridae”) e prende spazio tra “Sindrome respiratoria acuta grave da Coronavirus (virus SARS)” e “Sindrome respiratoria medio-orientale da Coronavirus (virus MERS).

    Il tutto entra in vigore dall’8 ottobre 2020, dopo l’emanazione del DL n. 125 del 7 ottobre “Misure urgenti connesse con la scadenza della dichiarazione di emergenza epidemiologica da Covid-19”, deliberata il 31 gennaio 2020, nonchè per attuazione anche della Direttiva sopra citata.
    Una normativa che va a regolare l’ambito del lavoro e la relativa sicurezza.

    Tampone o test salivare, parliamo di un trattamento sanitario imposto, pena l’impossibilità di recarsi sul posto di lavoro, che sia una fabbrica, un cantiere piuttosto che un ufficio dove occupare una scrivania.
    Nulla di diverso da quello che potrebbe essere l’adozione di un dispositivo di sicurezza individuale, che va dallo scarpone di antinfortunistica, al casco di protezione su un cantiere, tutti mezzi mirati al contenimento dei rischi alla salute nell’ambiente in cui si lavora.
    E chi sostiene gli oneri per questi dispositivi? Il datore di lavoro che poi li detrae dai costi di bilancio della propria azienda!

    Il D.Lgs. 81/2008, pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008 1: a pagina 15 del documento, all’art. 15 “Misure generali di tutela”, al comma 2 recita che “Le misure relative alla sicurezza, all’igiene ed alla salute durante il lavoro non devono in nessun caso comportare oneri finanziari per i lavoratori”.

    Questo DL è stato portato fino ai giorni nostri attraverso diverse variazioni che nella sostanza non hanno però modificato l’ambito della sicurezza, come si apprende anche dal Testo Unico sulla salute e la sicurezza sul lavoro, pubblicato sul sito del Ministero 2.

    I tamponi e test salivari sono considerati come i dispositivi di sicurezza individuale.
    L’art. 74 del Testo Unico in materia di sicurezza sul lavoro afferma che “Ai fini del presente decreto si intende per dispositivo di protezione individuale, di seguito denominato DPI, qualsiasi attrezzatura destinata ad essere indossata e tenuta dal lavoratore allo scopo di proteggerlo contro uno o più rischi suscettibili di minacciarne la sicurezza o la salute durante il lavoro, nonché ogni complemento o accessorio destinato a tale scopo. Si tiene conto, inoltre, delle finalità nel campo di applicazione e delle definizioni di cui agli articoli 1, 2 e 3, paragrafo 1, numero 1 del Regolamento (UE) n. 2016/425”.
    Nello stesso testo, l’art. 18 al comma 1 lettera D afferma che è dovere del datore di lavoro fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale, sentito il responsabile del servizio di prevenzione e protezione e il medico competente, ove presente.
    Da qui che il DPI è a carico del datore di lavoro che lo deve fornire al lavoratore.

    Anche l’Agenzia delle Entrate più volte, attraverso il proprio sito, ha fornito pareri ai tanti quesiti dei contribuenti che, in materia COVID-19, sono stati molti.

    In uno di questi, il parere dell’agenzia delle entrate (Risposta 507), rispondendo ad un quesito relativo all’esenzione IVA per cessioni di abbigliamento protettivo per finalità sanitarie, compone un lungo elenco di dispositivi, e tra questi, troviamo proprio la “strumentazione per diagnostica per COVID-19, tamponi per analisi cliniche, provette sterili…..”.

    Ci sono anche dei precedenti che riguardano l’Emilia Romagna e che hanno consentito ai lavoratori di avere tamponi gratis, se ne parlava a metà agosto e venne previsto da un accordo tra Regione e datori firmatari del “Patto per il lavoro”.
    Uno strumento quindi per la ricerca del virus in ambito lavorativo che qualcuno ha sottolineato essere un “successo”.
    Il patto ha previsto che a carico dell’imprenditoria restano solamente i costi di esecuzione dei tamponi e saranno effettuati sui dipendenti che lo vorranno nelle strutture private.
    Una situazione certamente particolare, che prevede pur sempre tamponi gratuiti per i lavoratori.

    I tamponi e test salivari sono da considerarsi dispositivi medici, come indicato con il Decreto Sostegni bis, in particolare l’art. 32.
    Tale decreto si preoccupa di normare quello che è il credito d’imposta (in misura del 30%) delle spese sostenute nei mesi di giugno, luglio e agosto 2021 per:

    sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati
    acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti, comprese le spese per la somministrazione di tamponi per COVID-19
    Fino a prova contraria, a buona interpretazione delle norme, le spese di somministrazione di tamponi e, per recente acquisizione, i test salivari molecolari, a questo punto non sono a carico di un dipendente.

    La normativa che regola il greenpass non può prevedere uno sbilanciamento legislativo: se per ottenere tale documento, in sicurezza, sono previste più opzioni, queste devono essere tutte allo stesso modo agevolate, in piena libertà.
    Il recente rapporto adottato dal Consiglio d’Europa “Vaccini COVID-19: questioni etiche, legali e pratiche”, esorta gli Stati membri e l’Unione Europea a garantire che i cittadini siano informati del fatto che la vaccinazione non è obbligatoria e che nessuno può subire discriminazioni in base alla discrezionale scelta di non vaccinarsi.

    Il Regolamento (UE) 2021/953 del 14 giugno scorso, relativo all’introduzione del certificato COVID digitale, esclude l’obbligo vaccinale stabilendo anzi il principio di non discriminazione di coloro che non sono vaccinati, arrivando a specificare anche che il possesso di un certificato di vaccinazione non deve costituire una condizione preliminare per l’esercizio del diritto di libera circolazione.

    Fonti:
    Gazzetta Ufficiale n. 101 del 30 aprile 2008
    TESTO UNICO SULLA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO – D.lgs. 9 aprile 2008, n. 81 Testo coordinato con il D.Lgs. 3 agosto 2009, n. 106

  2. Intanto per cominciare questo personaggio non ha nessuna industria, e’ stato messo li dagli industriali come paraculo, pardon rappresentante e coi giri di parole e’ facile imbambolare i fessacchiotti ma non chi ha un minimo di cultura, nelle grosse ditte purtroppo un lavoratore puo’ venire sostituito abbastanza rapidamente dall’extracomunitario che si deve accontentare del tozzo di pane ma ci sono settori che potrebbero bloccare l’Italia se si fermano per mancanza di personale specializzato . Aspettiamo e vediamo chi si stanca prima

  3. Grazie per la dettagliata informazione.

    Comunque per mandare affanculo #Europa #Marione e #GreenPass basta molto meno, basta leggere poché righe
    https://massimosconvolto.wordpress.com/2021/10/14/riscatto/

    e dalla via che per depressione puoi uscire quando ti pare li fotti anche se chiudono i bancomat
    https://massimosconvolto.wordpress.com/2015/06/07/rivoluzione-disarmata/

    La maggioranza di italiani è gente semplice, servono soluzioni semplici alla portata di tutti, mica sono tutti come me che sto tutte le volte che la legge me lo consente in giudizio in proprio 😛

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