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Roma, 21 dic – L’idea di Luigi Di Maio di mandare a processo l’ex alleato Matteo Salvini per il così detto caso Gregoretti, dopo averglielo invece fatto evitare per il caso Diciotti, va contro non solo il buon senso di cui ognuno di noi dovrebbe essere fornito ma anche contro il sano principio per cui il potere esecutivo non può essere assediato da quello giudiziario. Come potrebbe un qualsiasi altro ministro dell’Interno portare avanti il proprio programma politico voluto e votato dagli italiani se sapesse che sulla sua testa è stata messa una taglia?



Il punto è più che politico. Il punto è perfino esistenziale: una maggioranza di governo, la cui vita deriva da delle elezioni politiche, deve poter attuare il programma politico per cui milioni di persone si sono recati alle urne. Ed è una bestialità inserire nel dibattito la questione dell’umanità e della pietà che Salvini avrebbe dovuto avere per le persone trattenute sulla nave Gregoretti: gli italiani gli avevano chiesto, e lo stanno facendo ancora, di bloccare il flusso massiccio di clandestini, sia combattendo le Ong che imperversano nel Mediterraneo, sia affrontando la sfacciataggine delle altre nazioni europee che predicano l’accoglienza ma poi serrano le proprie frontiere.

Se Salvini si fosse lasciato travolgere dalle ondate di disgusto che i media gli scaricavano addosso avrebbe disapplicato quel sacro principio per il quale un politico deve render conto solo al proprio elettorato. Non di certo ai magistrati che evidentemente vogliono entrare a gamba tesa nell’azione politica di un governo, non di certo ad un’opposizione isterica che, pur essendo minoritaria, sa sembrare maggioritaria per il chiasso che riesce a fare.

Dai vippettari hollywoodiani ai palcoscenisti italiani che si esibiscono in cabaret di quart’ordine, al popolino twittarolo che trasforma in eroe la diciannovenne che alza il medio in faccia al capo leghista, insomma tutta la pletora di sacerdoti del politically correct non può pensare e pretendere che il voto espresso da un blocco enorme di italiani venga rinchiuso nel cassetto di quella scema e finta rispettabilità di cui loro si sentono portatori. È un meccanismo, il loro, che produce il ceto dei semicolti per i quali dovremmo vergognarci di fronte al mondo intero per aver chiesto che le frontiere venissero controllate.

Di Maio ignora tutto ciò, e lo ignora appositamente per potersi comodamente adagiare sul paraculismo che gli permette di non avere morale, di non avere decenza, di non dover rendere conto dei propri comportamenti non ad un tribunale italiano ma alla propria coscienza. Il suo profilo è quello dei mediocri, è quello dei così detti quaquaraquà per dirla alla Sciascia, ossia persone prive di carattere, di prive di coraggio, prive di buon senso e parolai la cui parola vale meno di uno sputo. Di Maio sa perfettamente che non esiste il sequestro di persone anche e soprattutto per due motivi: il primo è che vi era un precedente quasi identico, ossia il caso della nave Diciotti per il quale i grillini difesero l’allora ministro Salvini, e durante le ultime elezioni regionali in Umbria è accaduto il medesimo caso di attesa di giorni prima di far sbarcare degli immigrati; il secondo motivo riguarda il fatto che, trattandosi di una nave militare italiana, quei clandestini già si trovavano su suolo italiano e dunque la loro discesa a terra era meramente simbolica, ed è esattamente per questo che Salvini, allora, decise di attendere che si facessero avanti altri paesi europei.

Si staglia all’orizzonte il profilo di una grande coalizione di forcaioli composta dai grillini del Movimento 5 stelle e dalla sinistra tutta che ancora non si è liberata da quel complesso del migliore per il quale il nemico Salvini, pur essendo stato votato e pur facendo tutto ciò nel nome della rappresentatività, va abbattuto e gli va impedito di lavorare. Anche a costo di utilizzare la magistratura come braccio armato della nuova lotta di classe che ha l’immigrato al centro dei suoi interessi. Anche a costo di infangare la separazione dei poteri poiché, di fatto, Salvini verrebbe messo fuori gioco dalla politica grazie all’azione della magistratura che ha preso di mira ciò che, piaccia o no, egli propone all’Italia. I grillini, capitanati dall’ex bibitaro del San Paolo, si accodano a questa marcia funebre come il peggior studente fa quando, inebetito, copia dal compagno senza capire minimamente cosa stia facendo. Che tragico inizio, e che tragica fine.

Lorenzo Zuppini

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