Roma, 13 Magg – Tutte le mattine mi alzo e penso: «stasera vado a letto presto». La mia è una forma di solidarietà verso chi come me, in assenza di abbonamento sky, è costretto a sorbirsi il palinsesto tv rai e mediaset. Sono convintissimo infatti che dietro al continuo susseguirsi di programmi agghiaccianti, tipo il mio grasso matrimonio gipsy, e di film in decima visione si celi una mente criminale probabilmente turca, di certo non italiana. Non si spiegherebbe altrimenti la messa in onda di un format come il Boss dei matrimoni, che qui da noi suscita ironia, ma che in qualsiasi altro Stato verrebbe messo al bando per la vergogna.

Un espressione tipicamente clericale di Suor Cristina di The Voice.
Un espressione tipicamente clericale di Suor Cristina di The Voice.

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Le mie promesse si infrangono però quotidianamente sullo scoglio della tv in camera. Mia moglie infatti non guarda la televisione, la accende ed io sono così costretto a subirmi le peggiori violenze intellettive dai peggiori talk show del mondo, ognuno dei quali mi fa sempre tornare alla mente il verso di “Bandiera Bianca” di Battiato sul razzismo e i programmi demenziali da tribune elettorali.

Non è però solo questione di pochezza della televisione odierna è proprio che la televisione mi toglie il sonno. Maria De Filippi mi mette l’ansia, Buddy Valastro mi inacidisce, il Grande Fratello mi dà gli incubi, in grossa parte dovuti al fatto che Luxuria c’ha le gambe più dritte della Marcuzzi.

L’altro giorno era la volta di The Voice. Mentre mi rigiravo nel letto cercando di ignorare mentalmente la presenza di Piero Pelù e l’inspiegabile continuo riferimento lessicale a presunti zii, zie, zio, zia, senza apparenti legami di parentela fra i soggetti del discorso, sono incappato sbalordito nella concorrente suora che improvvisava un ballo a metà tra la zumba e il moonwalk.

Ora io non so il nome della concorrente suora, so solo che, come dice un caro amico, se ci fosse stato un Papa e non la controfigura del cugino di Belen, la suorella sarebbe stata rimessa al proprio posto: in una borgata di periferia a guidare il coro domenicale.

L’operazione di restyling ecclesiastico tesa a darsi un’immagine più firendly, più social, più giovane ha finito per svuotare l’Istituzione religiosa dei contenuti più propri: quelli della severità, dell’impersonalità,  dell’attenzione al reale.

Papa Francesco che si interroga oggi sul battesimo ai marziani come metafora paradossale per testimoniare che «la Chiesa non può sbarrare la strada allo spirito, non può chiudere le porte in faccia a nessuno» e che ieri invita i nuovi sacerdoti a «non bastonare i fedeli, ma ad avere misericordia nei confessionali», forse risponderà alle richieste di apertura ai sacramenti per divorziati, ma in definitiva si piega alle esigenze del pensiero debole e del conformismo d’accatto che vuole una Chiesa più accessibile, più finta povera, più Ciottiana, più ideologicamente corretta secondo i segni del tempo.

Una chiesa quindi che va a The Voice, twitta e celebra le messe in sandali nascondendo gli ori sotto la tonaca di Bertone, ma che di fatto opera delle concessioni sul versante della missione eterna a fornire una tensione verticale all’individuo.

Una chiesa alla portata, non più solo per fedeli, perché di quelli veri non se ne trova più, ma che non spende una parola ad esempio sull’apertura incontrollata dei centri commerciali nei giorni festivi e domenicali.

Una chiesa che mi fa rimpiangere quel prete meraviglioso di Don Arturo, 91 anni un fucile e una 125 con cui tutti i sabati girava per le strade dell’appennino in cerca di giovani “cinni”, rigorosamente senza scarpini, da portare prima a servire la messa e poi sul campanile a sparare ai tordi.

Luca Cielocamminatore

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