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Roma, 6 nov – Giuseppe Conte prima di dare il via al vertice con ArcelorMittal sul destino dell’ex Ilva di Taranto ha assicurato che il governo sarebbe stato inflessibile e avrebbe fatto di tutto per far rispettare gli accordi con la multinazionale franco-indiana. Invece il tavolo della trattativa è partito già in salita per i giallofucsia. Sì, perché ArcelorMittal Italia, prima ancora di arrivare a Palazzo Chigi, ha già avviato formalmente la procedura per restituire ai commissari gli stabilimenti dell’ex Ilva e presentato al ministero dello Sviluppo economico, e per conoscenza ai commissari, la richiesta di avvio della cessione del ramo d’azienda che coinvolgerà 12 siti per un totale di 10.777 dipendenti (ma i posti di lavoro a rischio, considerando l’indotto, sono circa 50 mila). La retrocessione dei rami d’azienda e il conseguente trasferimento dei lavoratori avverrà entro 30 giorni dalla data del recesso. E’ quanto afferma la comunicazione presentata dal colosso franco-indiano, in base a quanto prevede l’articolo 47 della legge 428/90. Insomma, questa mossa è arrivata proprio mentre Conte aspettava i vertici dell’azienda a Palazzo Chigi, presenti anche i ministri Stefano Patuanelli, Roberto Gualtieri, Giuseppe Provenzano, Roberto Speranza e Teresa Bellanova e il sottosegretario Mario Turco. Per la multinazionale sono arrivati il patron di ArcelorMittal Lakshmi Mittal e il direttore finanziario Aditya Mittal.

Neanche il ripristino dello scudo legale farebbe restare l’azienda

Ebbene, uno dei nodi che tanto divide i giallofucsia – ossia lo scudo legale – nell’atto di citazione depositato lunedì sera al Tribunale di Milano con cui intende recedere dal contratto, l’azienda ne chiede il ripristino, da subito addotto come pretesto per lasciare Taranto. Ma accontentare il colosso non basterebbe: “Anche se la protezione legale”, ritenuta “presupposto essenziale”, “fosse ripristinata, non sarebbe possibile eseguire il contratto“, scrivono gli avvocati. Insomma, anche se il governo Conte bis decidesse di garantire l’immunità tolta pochi giorni fa dal decreto Crisi d’impresa, magari con un emendamento apposito, il colosso franco-indiano lascerebbe ugualmente l’Italia. Ma per il governo l’immunità chiesta da Arcelor è un pretesto. Oggi lo ha ribadito anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa: lo scudo penale “con le bonifiche ambientali non c’entra proprio niente, tant’è vero che da quando è stato firmato il piano di risanamento ambientale, a settembre 2018, ad oggi non c’è stata nemmeno una indagine con rilievo penale per la tutela dell’ambiente. Quindi il motivo non è certamente il piano ambientale”, ha detto il ministro.

Fim Cisl proclama lo sciopero

Dal canto suo, la Fim Cisl ha deciso di proclamare subito lo sciopero. “E’ arrivato l’articolo 47 con cui si riportano 10.700 lavoratori in amministrazione straordinaria. La Fim Cisl proclama lo sciopero da sola”, ha annunciato il segretario generale Marco Bentivogli. Sul piede di guerra anche Fiom Cgil: “Permane lo stato di agitazione in tutto il gruppo ArcelorMittal”, dichiara in una nota la segretaria generale Francesca Re David. Resta più cauta, per adesso, la Uilm. “Metteremo in campo ogni iniziativa conseguente dopo aver conosciuto i contenuti dell’importantissimo vertice che si sta svolgendo a Palazzo Chigi”, ha detto il leader Rocco Palombella, che fa un appello agli altri sindacati: “No a decisioni sindacali solitarie che contribuiscono ulteriormente ad inasprire il clima di tensione, sfiducia e preoccupazione presente tra i lavoratori”.

In definitiva, Conte è al tavolo della contrattazione con una multinazionale che se ne infischia degli accordi presi con il nostro governo, e ha l’arduo compito di evitare che il gruppo lasci il nostro Paese accontentando tutti, nonostante le forti divisioni nel governo: ArcelorMittal, i partiti della maggioranza giallofucsia e infine i sindacati. Il destino degli oltre 10mila dipendenti è appeso a un filo. E con il loro una fetta importante del nostro Pil.

Adolfo Spezzaferro

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