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CnelRoma, 29 nov – Uno dei punti salienti della riforma costituzionale patrocinata dall’attuale esecutivo consiste nell’abolizione del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, un’istituzione, prevista dall’attuale art. 99 Cost., regolata dalla legge 33 del 5 gennaio 1957, e composta da 64 consiglieri che sono: 10 esperti, qualificati esponenti della cultura economica, sociale e giuridica, 48 rappresentanti delle categorie produttive (22 per il lavoro dipendente, 3 in rappresentanza dei dirigenti e quadri pubblici e privati, 9 per il lavoro autonomo e 17 per le imprese), 6 rappresentanti delle associazioni di promozione sociale e delle organizzazioni di volontariato.



Nelle intenzioni dei legislatori costituzionali il Cnel avrebbe dovuto assumere il delicato e importantissimo ruolo di mediare le istanze di tutte le categorie che nel suo seno erano rappresentate al fine di svolgere una funzione consultiva per le Camere e il Governo. Inoltre, e qui si apprezza ancora l’importanza che, almeno nella Carta fondamentale, gli è stata attribuita, è titolare dell’iniziativa legislativa e può contribuire all’elaborazione della legislazione economica e sociale. Di fatto, questo ruolo non è mai stato svolto efficacemente, tanto che l’abolizione del Cnel è divenuto uno dei punti forti della propaganda a favore del Si. Del resto, soprattutto nel recente passato, l’istituzione sembra aver assunto, piuttosto, l’allegorica forma di un “cimitero degli elefanti”, nel quale trovano accomodamento politici di lungo corso ed esponenti di potentati della società civile. Insomma, non si sbaglia affermando che si tratta di una istituzione per lo più sconosciuta, ignorata e (giustamente) tacciata di inutilità.

Ebbene, anche questa è una mezza verità: un’istituzione è inutile quando la si rende tale, quando non adopera adeguatamente le risorse di cui dispone, quando non ha risalto mediatico (se non negativo), quando chi la compone la vive come un punto d’arrivo, in cui stare comodamente adagiati senza colpo ferire, né subire. Così, in concreto, con l’approvazione della riforma, l’abolizione del CNEL costituirebbe un taglio ad un ramo divenuto secco, che consentirebbe di dirottare le energie spese per il suo funzionamento verso altri canali istituzionali, più meritevoli ed utili per la vita sociale della nazione. Sul piano astratto, però, qualche dubbio rimane. Infatti, se veramente chi compone il Cnel provenisse dai settori dell’economia reale, dal mondo produttivo e conoscesse davvero la realtà sociale italiana, l’istituzione potrebbe dare un contributo fondamentale, poiché le categorie che sono chiamate a farne parte ritroverebbero la sede naturale entro la quale spiccare le proprie istanze, al netto delle implicazioni partitocratiche. Purtroppo, così non è e non è mai stato, ed allora non si può che rimanere favorevoli alla sua abolizione.

Tuttavia, una diversa strada si sarebbe potuta percorrere, soprattutto se si pone la scelta di abolire il Cnel in relazione alla riforma del Senato della Repubblica, che diventa un organo di secondo grado, composto da rappresentanti delle autonomie locali. Tra i tanti difetti che ha questa nuova impostazione, infatti, c’è quello derivante proprio dalla sua nuova composizione, che non potrà che allontanare i senatori dal territorio o da Palazzo Madama, poiché nessuno ha il dono dell’ubiquità, né ha il tempo di poter adempiere in maniera completa e compiuta alle due funzioni.
Un’ipotesi, forse, più saggia, allora, sarebbe stata quella di trasformare il Senato in un ramo del parlamento rappresentativo delle categorie attualmente patrocinate dal Cnel, così da consentire un vaglio delle leggi approvate dalla Camera da parte di soggetti rappresentativi di quei gruppi che saranno destinatari principali proprio dell’applicazione delle leggi stesse: i lavoratori, le imprese e le associazioni. Una soluzione di taglio troppo corporativo?

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