Roma, 3 set – Carlo Alberto Dalla Chiesa fu ucciso dalla mafia, e questo è un fatto noto. Ma oggi è un giorno particolare, visto che decorrono i quarant’anni da quel disgraziato giorno.

Quando Dalla Chiesa venne ucciso dalla mafia

Ci interessa poco ripercorrere dettagliatamente una carriera, come quella di Dalla Chiesa, piuttosto conosciuta ai più, prima che il generale venisse ammazzato barbaramente dalla mafia in quel tragico 3 settembre 1982. Del generale sappiamo che fu un uomo di onestà notevole, che combatté e vinse il terrorismo rosso negli anni Settanta, che fu di formazione militare integerrima. Questo ci basta. Come ci preme di ricordare la “solitudine” che contraddistinse i suoi mesi siciliani, quando chiedeva disperatamente poteri speciali a Roma per svolgere in modo efficace il suo compito. Poco più di quattro mesi, per essere precisi. Sufficienti ad eliminare qualcuno che si era inserito con fortissima determinazione negli ambienti palermitani, allo scopo di seguire ciò che lo aveva sempre animato: il senso di giustizia. La solitudine di Dalla Chiesa è la solitudine di chi lo precedette e di chi sarebbe giunto dopo di lui. Ma la sua testimonianza fu importantissima, soprattutto dal punto di vista della cultura e della consapevolezza di massa.

L’importanza del generale nella cultura di massa

Dalla Chiesa, esattamente come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (forse un filo di meno per i risultati, sullo stesso piano per l’impronta di uomo di giustizia e di Stato), è un personaggio la cui morte ha favorito eccome la lotta allla mafia “postumo”. Senza il suo omicidio, la stessa azione giudiziaria dei due magistrati che in qualche maniera gli succedettero, forse sarebbe stata meno energica. Come d’altronde lo sarebbe stata se non si fossero sacrificati altri illustri eroi siciliani morti nella lotta a Cosa Nostra. I vari Boris Giuliano, Rocco Chinnici, ma anche lo stesso giudice Cesare Terranova. Chinnici, in particolare, fu la vera mente dietro la costituzione del cosiddetto “Pool antimafia” poi guidato poi dal toscano Antonino Caponnetto e di cui i “due alfieri” sarebbero stati proprio Falcone e Borsellino.

Forse però la morte di Dalla Chiesa, piemontese, non siciliano, ebbe un clamore mediatico maggiore, relativamente ai tempi. E quindi “impresse” in qualche modo uno scandalo pubblico generalizzato, forse perfino generazionale che, dal clamore, una volta tanto passò ai fatti. Quelli che attuarono i due alfieri del cosiddetto “Maxiprocesso” di alcuni anni dopo, con le relative e già note centinaia di condanne agli “uomini d’onore”. Il testimone della “morte utile” fu poi tragicamente raccolto da Falcone e Borsellino. Nonostante Cosa Nostra non sia stata sconfitta, e sia tutt’oggi radicata nel territorio, è innegabile che le loro uccisioni abbiano aperto per lo meno una breccia. Se l’organizzazione non è più potente come una volta (a differenza – purtroppo – della ‘Ndrangheta, vero “faro” della criminalità organizzata italiana e mondiale secondo la Dia, in questo momento), insomma, un motivo c’è. Certamente, non implicante una situazione come quella messa in piedi dal “prefetto di ferro” Cesare Mori, che la mafia la condusse davvero in coma (pur non eliminandola completamente, ma pensare che ci si sarebbe potuti riuscire in appena una quindicina d’anni vuol dire vivere nel mondo delle favole). Ma certamente, un passo migliore, rispetto al nulla prodotto in termini di lotta alla criminalità organizzata, da questa povera, triste Repubblica.

Stelio Fergola

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2 Commenti

  1. Era molto forte, per amici ed avversari, bisognava fare proprio i conti con lui, ma l’ altro generale “Popular Drug”, già allora onnipresente, ha fregato anche lui.
    Mi si perdoni l’ intromissione da critico “singolare” che comunque crede in quel che scrive.

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