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Roma, 5 set – Siamo ormai prossimi all’elezione del nuovo inquilino del Quirinale. Evento che sta ovviamente ampliando i dibattiti e le discussioni tra i partiti in ambito parlamentare. Le divergenze appaiono in continuo aumento e la matematica impone la necessità di trovare un compromesso politico.



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Nessuna coalizione possiede i numeri necessari per eleggere autonomamente al Colle il profilo da essa designato. Una problematica che, connessa alla necessità del centrosinistra di rinviare ulteriormente le elezioni politiche, potrebbe estromettere la figura di Mario Draghi dalla lista dei papabili. E’ infatti risaputo che, con l’elezione di Mr. Bce al Colle, sarebbe difficile trovare una nuova figura adatta a governare una maggioranza così variegata e si tornerebbe alle urne.

Al Quirinale un (altro) Presidente della prima Repubblica?

Da settimane iniziano tuttavia a trapelare i nomi che potrebbero rivelarsi espressione delle coalizioni o comunque frutto di un punto d’incontro tra forze politiche differenti. La costante che pare accomunarli tutti è pero soltanto una: la provenienza politica di essi dall’ambito della Prima Repubblica. Quasi impossibile immaginare che un politico formatosi dopo il 1992 possa salire al Quirinale. Anche in ragione di ciò, appare utile analizzare le motivazioni riguardanti quella che sembra presentarsi come una “necessità”.

In primis, studiando l’epoca primo-repubblicana emerge chiara una qualità ed una competenza politica ed amministrativa ad oggi spesso assente. Ciò aveva comportato la garanzia di avere delle figure esperte e competenti nei ruoli chiavi del governo e del Parlamento, nella maggior parte dei casi. Con il post-Tangentopoli (che era e resta un colpo di stato compiuto ai danni della politica) si sarebbe dovuto provvedere al mantenimento delle “scuole di partito”. Contesti meritocratici ed assidui dove la futura classe dirigente, piaccia o meno, era formata e preparata in maniera consona prima di assumere qualsiasi incarico.

Il cambio comunicativo e le innovazioni dovute e necessarie nel confronto tra politico e cittadino non sono andate sempre di pari passo con la formazione adeguata. Inoltre, della Prima Repubblica pare esser rimasto solo il lato peggiore, quello del mantenimento dello status quo. Dell’interesse a non esporsi, a non rischiare nessun passo falso senza la garanzia di ottenere un trionfo politico. Modalità note che si ripresenteranno, ne siamo certi, anche nella partita politica del Quirinale. Con l’aggiunta dell’impossibilità di affidarsi ad un Craxi o ad un Andreotti quando il mare è in tempesta.

Tommaso Alessandro De Filippo

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2 Commenti

  1. Siamo stufi di avere un presidente imposto, pure frutto di compromessi. Il presidente deve essere votato con la maggioranza, anche relativa, dal popolo. Se sbagliamo abbiamo il diritto e dovere di prendercela con noi stessi e non con terzi prezzolati cuscinetti, nel caso anche protetti a spese nostre.
    Altrimenti, è un presidente non ns., un presidente di chi spesso non sa rappresentare nemmeno più sé stesso…

  2. La Prima Repubblica purtroppo non è mai finita e l’attuale inquilino del Quirinale ne è la dimostrazione.
    Hanno semplicemente applicato la regola del
    “Se vogliamo che tutto rimanga com è bisogna che tutto cambi” (agli occhi dei boccaloni).
    Chi ha un po’ più di cervello ha capito e infatti il primo partito in Italia è il partito del non voto, di quelli che non si turano il naso.
    Anche qualcuno dei boccaloni comunque si sta sviluppando vista la parabola dei 5 stelle.

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