piazzaBologna, 8 nov – Che la gestione e la preparazione della manifestazione leghista di Bologna siano state a dir poco masochistiche lo abbiamo sottolineato più volte.

Nel D-day, al di là della solita, stantia cronaca degli scontri di rito fra teppisti antifascisti e polizia, qualche segnale di maggiore consapevolezza sembra essere giunto, il che significa che i margini per recuperare quella sfida sovranista lanciata qualche mese fa ci sono tutti.

Silvio Berlusconi, dopo la telenovela della vigilia sulla sua presenza, ci ha messo del suo per aprire gli occhi a quei leghisti che non avevano ancora fatto mente locale sul meccanismo perverso innescatosi con il tira e molla del Cav.

L’ex premier ha parlato da leader autopoclamatosi dell’ennesimo centrodestra, ha rilanciato l’idea della sacra alleanza contro Renzi, ma le sue parole non hanno convinto, è sembrata l’ennesima minestra riscaldata e, per di più, allungata oltre misura. Anche il suo intervento si è un po’ allungato, spazientendo la piazza.

Poi Berlusconi ha riproposto il più frusto dei suoi numeri da repertorio: le domande al pubblico, chiedendo i “sì” di rimando. Che però non arrivano. Arrivano invece i fischi e il coro “Matteo, Matteo”. Un messaggio chiaro, la rappresentazione plastica che il futuro non può certo essere incarnato dall’anziano leader di Forza Italia. La piazza l’ha capito. E Salvini?

Malgrado le dichiarazioni di facciata e la buona ospitalità, l’impressione è che il messaggio sia passato anche al leader. “Qui comincia qualcosa di nuovo guidato dalla Lega, non è un nuovo 1994 e non é la Casa delle libertà. Il passato non ritorna”, spiega il segretario del Carroccio, ed è una frase in cui ci sono almeno due notizie: la leadership rivendicata dalla Lega e il rifiuto dello schema 1994. Due elementi su cui Berlusconi avrà più di qualcosa da ridire.

Giorgio Nigra

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