Roma, 5 ago – Non è esagerato sostenere che il razzismo rappresenta oggi una nevrosi collettiva. L’esempio più eclatante di questa nevrosi è rappresentato dal caso di Daisy Osakue. Come ormai tutti sanno, Daisy Osakue, atleta di origine nigeriana, è stata “aggredita” nella notte fra il 29 e il 30 luglio a Moncalieri (TO), da tre ragazzi, che, dalla loro auto in corsa, hanno lanciato un uovo in faccia alla sportiva. Questo evento è stato presentato come una prova inconfutabile della diffusione del razzismo in Italia, alimentato, questa è la tesi, da esponenti politici della Lega, in primis il ministro degli Interni Matteo Salvini. I sostenitori della “tesi razzista”, però, sono stati vergognosamente smentiti: non soltanto si è scoperto che uno degli aggressori è figlio di un consigliere del PD, ma è stato dichiarato apertis verbis dai colpevoli che il loro gesto è stato dettato da goliardia, e non da razzismo, come dimostra il fatto che lo stesso tipo di aggressione (lancio di uova) è stato perpetrato anche ai danni, come hanno ancora affermato i colpevoli, di altre sette persone non di colore, scelte a caso.
La situazione è tragicomica, non c’è che dire. Ed è significativa, al punto che possiamo considerarne alcuni aspetti, che permettono di comprendere che aria tira nel nostro Paese. In particolare, il caso di Daisy Osakue permette di cogliere in tutta la sua ignominia la strumentalizzazione che determinati esponenti del mondo politico e dell’opinione pubblica attuano per appoggiare e diffondere una nevrosi collettiva che non fa che favorire quello che potrebbe essere definito, dalla nostra prospettiva di italiani, “razzismo inverso”: l’accusa di razzismo viene utilizzata dalla popolazione immigrata per colpire gli italiani. Che questo processo sia in corso è evidente quando si considera un fatto che tutti colgono: se una ragazza italiana viene stuprata o aggredita da un immigrato, nessuno grida al razzismo; se invece avviene un’aggressione nei confronti di una persona di colore, la motivazione del gesto è subito individuata nel razzismo. Eppure, è molto ragionevole supporre che quando un immigrato violenta una ragazza italiana, quell’immigrato abbia, oltre ad un raptus sessuale incontenibile e disgustoso, una considerazione minima della persona su cui esercita violenza, in ogni suo aspetto, inclusa la sua origine.
Anche il giudizio poco calibrato che viene dato alla gravità dei gesti è indice della strumentalizzazione culturale cui siamo sottoposti: mentre soltanto recentemente i numerosi stupri e le numerose violenze perpetrati dalla popolazione immigrata nei confronti degli italiani hanno cominciato a risvegliare rabbia, è sufficiente che una persona di colore – per di più, una donna– riceva un uovo in faccia, perché si sollevi un polverone mediatico. E viene da domandarsi: come mai i giornali non hanno dato alle aggressioni “con le uova” perpetrate nei confronti di sette altre persone lo stesso peso che hanno attribuito all’aggressione subita da Daisy Osakue? Nessuno ha fiatato. La cosa genera, ovviamente, disgusto: quando una delle nostre ragazze viene violentata, quando un nostro concittadino viene accoltellato, la reazione è tenue, è timida; ma basta un uovo lanciato, una goliardata contro una persona accidentalmente di colore, perché alcuni personaggi si permettano di accusare l’Italia di razzismo e inciviltà.
La domanda che rende la faccenda tutt’altro che comica è la seguente: cosa sarebbe successo se i tre lanciatori di uova avessero colpito, scegliendola a caso (come loro stessi hanno dichiarato), soltanto Daisy Osakue e poi fossero spariti dalla circolazione senza lasciare tracce, senza essere individuati?
Il razzismo rappresenta l’euristica con cui si classifica qualsiasi atto aggressivo nei confronti di un migrante, quando le motivazioni di tale atto non siano esplicitamente spiegate dall’aggressore.
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Il razzismo – così come la misoginia e l’omofobia – è diventato un capo d’accusa universalistico, che può essere usato ogni volta che un immigrato si scontra, quale che sia il motivo, con un italiano.
La popolazione immigrata è perfettamente conscia del fatto che può contare, in ogni momento, su un sistema di protezione, garantito dalle più disparate organizzazioni per i diritti umani, spesso associazioni no-profit la cui notorietà e i cui finanziamenti dipendono anche dalla pubblicità e dal numero di “adepti”. Così, si arriva alla paradossale situazione nella quale l’immigrato si fa beffa della legge italiana, avendo la possibilità di appellarsi a istituzioni sovranazionali (per esempio, la Corte Europea per i Diritti Umani) che lo esonerano dalle decisioni prese dalle istituzioni nazionali (l’esempio più recente si ha con lo smantellamento del campo rom di Roma).
Anche questa constatazione ha una dimostrazione nel caso di Daisy Osakue. È infatti noto che il padre dell’atleta ferita, cavalcando la tesi razzista, ha manifestato tutta la sua esecrazione per il gesto compiuto ai danni della figlia, minacciando di abbandonare l’Italia. Peccato che è venuto fuori che quello stesso signore, Iredia Osakue, che manifesta il suo disprezzo per il nostro Paese, ha ricevuto una condanna, il 9 ottobre 2007, a cinque anni e quattro mesi di reclusione per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentata rapina e spaccio di droga. Dopo questa condanna, Osuake ha collaborato con la giustizia, ottenendo una riduzione della pena, e oggi gestisce un centro pratiche per l’immigrazione e il ricongiungimento familiare, la Daad Agency di Moncalieri (TO) ed è mediatore culturale per una cooperativa che gestisce l’accoglienza dei migranti in Piemonte.
La storia del Iredia Osakue ha certamente dei tratti positivi: la riabilitazione, tanto ricercata nella pratica penitenziaria, ha avuto il suo effetto, tantoché dalla sua scarcerazione Iredia Osakue non ha più avuto problemi con la giustizia. Ciò che genera sdegno non è, quindi, il fatto che un ex detenuto abbia accusato gli italiani di razzismo; sarebbe moralmente scorretto sostenere che chi ha sgarrato con la legge non abbia più diritto di parola o di opinione. No, ciò che stupisce è che tale accusa venga da una persona che, pur avendo sbagliato, ha avuto la possibilità, nel nostro Paese, di rifarsi una vita, di trovare un lavoro, di crescere una famiglia e di reintegrarsi all’interno della società. Questa seconda chance è stata possibile grazie ad un sistema democratico che non condanna a vita chi ha sbagliato; eppure, malgrado ciò, è stato sufficiente un “incidente” per risvegliare in quest’uomo un sopito (ma probabilmente mai spento) senso di rivalsa, e la convinzione di essere vittima di un sistema razzista. Forse, sarebbe stato meglio se Iredia Osuake avesse riflettuto sulla seguente domanda: quante possibilità di rifarsi una vita avrebbe avuto, se fosse stato condannato per i gravi fatti compiuti nel suo Paese di origine, la Nigeria? Forse, riflettere su questo controfattuale lo avrebbe spinto a comprendere i privilegi e i meriti della società italiana, che rappresenta una conquista cui, chi arriva da altri Paesi, per di più volontariamente, dovrebbe sempre guardare con rispetto e ammirazione.
Enrico Cipriani

3 Commenti

  1. D’accordissimo; il vero razzismo è attuato nei confronti degli italiani, considerati bestie senza anima da molti pupazzi della criminale dittatura finanziaria globalista e usuraia straniera.

  2. questo è niente: mi è capitato di leggere l’ultimo editoriale del direttore di Oggi, fatto inoltre quando la bufala pseudorazzista era stata scoperta intitolato “l’apprendista stregone”: terrificante…

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