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Roma, 5 ago – “Il Movimento deve fare il Movimento, ribadendo i No sani che abbiamo detto, perché ci abbiamo preso i voti su quella roba là”. E’ da Puerto Escondido, in Messico, tappa del suo tour americano, che Alessandro Di Battista lancia il suo pungolo al governo giallo verde sulle grandi opere. Una provocazione che viene subito raccolta e rilanciata, sia pur con toni assai diversi fra loro, da Luigi Di Maio da una parte e Matteo Salvini dall’altra, lasciando emergere che nell’esecutivo la posizione sul tema è tutto tranne che granitica.
“La Tav? È nel contratto di governo. Ma sono anche contento che il ministro dell’economia francese, che ho incontrato questa settimana, abbia detto che capisce i miei dubbi sulla Tav Torino-Lione”, ha spiegato Luigi Di Maio, intervento ad un incontro a Pescara. Insomma, la volontà di farla ci sarebbe anche, ma allo stesso tempo il vicepremier e ministro dello Sviluppo e del Lavoro mette le mani avanti preparando la strada ad un’eventuale retromarcia. Ipotesi che Salvini non vuole neanche considerare: “Per quello che mi riguarda si va avanti e non si torna indietro. Nel contratto di governo c’è l’esame costi-benefici”, risponde a stretto giro di posta.
Non solo alta velocità ferroviaria, nel carnet delle grandi opere finiscono anche altre infrastrutture sulle quali il dibattito è stato più che mai aperto negli ultimi anni: “Non faccio l’ingegnere – ha aggiunto il ministro degli Interni – posso dire che la Pedemontana in Lombardia e in Veneto è assolutamente necessaria, che il Terzo Valico è assolutamente necessario, che la Tap in Puglia porterebbe a un risparmio del 10% sulle bollette energetiche delle famiglie e delle imprese in Italia. Però valutiamo costi-benefici, Tav compresa. Io di mio preferisco sempre costruire e andare avanti”.
Nicola Mattei