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cinesiRoma, 1 lug – “Alzatevi, gente che non vuole essere schiava!”. Inizia così la “Marcia dei Volontari”, l’inno ufficiale della Repubblica Popolare Cinese. La canzone è stata composta nel 1935 da Ni Er su un testo di Tian Han come il motivo conduttore del film “Giovani eroi”, che descrive la lotta contro l’invasione giapponese. Nei versi successivi si evocano “carne e sangue nostri” con cui costruire “la nostra nuova Grande Muraglia”. Tutto il popolo cinese è esortato a diventare “mille corpi con un cuore”. Evidentemente i comunisti sono un po’ diversi da come ce li immaginavamo, se nei loro inni ufficiali fanno questo sfoggio di patriottismo.

Il problema è che anche gli immigrati sono diversi da come ce li immaginavamo, o almeno da come se li immaginavano gli analisti politicamente corretti. La “Marcia dei Volontari” è infatti recentemente risuonata non in una qualche parata militare in piazza Tienanmen, ma a Sesto Fiorentino, Italia. A cantarlo, tanti giovani cinesi scesi in piazza per protestare contro un controllo delle forze dell’ordine in un capannone.

Non sappiamo cosa, nella verifica, abbia scatenato l’ira della comunità cinese. Forse il controllo stesso in quanto tale. Evidentemente non ci sono abituati. I capannoni in cui, al di fuori di ogni regola e con turni schiavistici, vengono fatti lavorare migliaia di cinesi, così come i finti negozi di bigiotteria che poi sono solo dei paraventi per smerciare merce all’ingrosso, sono infatti i fiori all’occhiello della “imprenditoria immigrata” che permette poi di vedere a Ballarò le grafiche sui benefici economici dell’immigrazione. Chiude una boutique che dava da mangiare a una famiglia italiana, aprono tre negozi finti che non vendono neanche uno spillo: vedete che i “nuovi italiani” portano benessere, prosperità, vitalità economica?

Poi, un giorno, ti accorgi che i “nuovi italiani” si sentono decisamente vecchi cinesi. E non solo per un qualche, vago riferimento culturale alla madre patria lasciata alle spalle, ma con rimandi decisamente politici: la bandiera dello Stato cinese e il suo inno. A cercare di calmare la rivolta è stato chiamato il console. Insomma, parliamoci chiaro, quella scesa in piazza a Sesto Fiorentino è la quinta colonna di uno Stato estero che si autopercepisce come tale e che risponde solo alle autorità del suo, di Stato. Nel caso dell’immigrazione di tipo arabo-islamica, l’identificazione in genere non è politica, ma etno-culturale. Ma, in ogni caso, la favola dei disperati di tutto il mondo a cui basta una pacca sulla spalle, una carta di identità e una cassetta di Toto Cutugno per diventare italiani sembra fallita miseramente. Anzi, non è mai esistita, se non nelle teste bacate degli opinion maker ideologizzati. La realtà è diversa: le identità non si inventano, le radici non si tagliano, le solidarietà di sangue, di lingua e di cultura non sono dettagli destinati a finire nella spazzatura della storia. E mentre noi piangiamo contro i nuovi muri che impediscono ai migranti di realizzare i propri sogni, i migranti cantano in coro di costruire la “nuova Grande Muraglia”.

Adriano Scianca

 

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8 Commenti

  1. Credo sia giunto il momento di chiarire una questione che spesso noi, occidentali, troppo abituati a considerare il mondo secondo la nostra prospettiva come unica ed assoluta concepibile, trascuriamo puntualmente.
    I cinesi, non sono immigrati. Gli africani sì, perché sono neanche un popolo, ma una torma di gente senza identità, senza cultura. I Cinesi, non sono così. I Cinesi sono una nazione, e stiamo parlando di una nazione immensa, oltreché antichissima. Una nazione che è molto più antica dell’ Occidente, così come noi oggi lo concepiamo. Una nazione che ha attraversato fasi di gloria e di predominio così come periodi di grande crisi e decadenza. Una nazione che mille volte è caduta, e mille volte ha saputo rialzarsi.
    Lo dicevano Indro Montanelli e Mario Cervi (forse tra i pochi che seppero intuire il vero carattere nazionale di fondo di questo popolo incredibile) che neppure il comunismo è riuscito a cambiare veramente il cuore profondo della Cina.
    La lezione è proprio questa : ovunque ci sia un Cinese, lì c’è un pezzo di Cina in tutta la sua integrità, ed in tutto il suo modo di essere. Siamo al cospetto di un popolo che, con tutti i suoi difetti, con tutte le sue contraddizioni, può impartirci lezioni epocali, e se lo mettano in testa una buona volta i catastrofisti pro-euro, la Cina sarà ancora in piedi, e sarà grande, quando della UE non rimarrà invece altro che un relitto.

  2. Assolutamente vero quello che dice Paolo. Sono stato in Cina più di una volta e so bene quale considerazione (pessima) hanno di noi bianchi. Altro che integrarsi con noi: forse ai nostri migliori elementi sarà concesso di integrarsi con loro…

    Ma non è sol questo il punto: il punto è l’incredibile compattezza che hanno tra loro, e questo non deriva da una qualche costrizione dittatoriale ma da una Tradizione ininterrotta (come diceva Paolo) da millenni, cosa che noi non abbiamo.

    E che dovremmo RECUPERARE UNA VOLTA PER TUTTE lasciandoci alle spalle le infinite fesserie delle religioni abramitiche ce hanno impedito alla nostra civiltà di svilupparsi per secoli e del comunismo (altra iattura) degl ultimi 150 anni.

  3. Ma il punto non è il valore della nobile tradizione culturale cinese, quanto piuttosto che i cinesi ci pisciano in testa. Ora, mi sorprenderebbe vedere dei disinguo tra straneri che pisciano in testa agli italiani: che si tratti di Cina o Mali sempre di piscia parliamo. Credo che al sovranità da difendere sia sempre la stessa, a prescindere da chi la calpesta.

    • No, Luca; a costo di apparire pedante, le dico che lei si sbaglia. I distinguo sono non solamente possibili, ma oserei dire necessari.

      E infatti gli africani, ci pisciano in testa vuoi perché sono abituati a fare come i cani – a farla dove si trovano – vuoi perché siamo noi, nella nostra sconcertante mollezza, che glielo lasciamo fare.

      I Cinesi, ci pisciano in testa in segno di disprezzo per la nostra stupidità.

  4. Anch’io sono d’accordissimo co Paolo e Carlo e sono un grande estimatore delle culture orientali, ma è anche vero, come dice Luca, che i nazionalisti li devono andare a fare a casa loro!
    E purtroppo siamo noi (genericamente parlando) che con il nostro nazionalismo non dovremmo permettere loro di comportarsi così. Questo soprattutto dovremmo imparare da loro…

  5. Il cinese era ed è forte.
    Siamo noi che grazie all’antifascismo ci siamo indeboliti, grazie alla propaganda contro la forza e contro l’autonomia.

    “Chi si fa pecora il lupo se lo mangia”, si dice al sud.

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