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Sui rom anche i sindaci del Pd (tranne Marino) copiano Salvini

by Francesco Borgonovo
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rom bambiniRoma, 31 mag – La differenza è piuttosto semplice: da una parte ci sono i vaneggiamenti di chi vegeta in un mondo lisergico, dall’altra c’è il buonsenso di chi – se non altro perché vi si trova costretto – fa i conti con la realtà. Ecco due sindaci e due modi diversi di affrontare la questione rom.

Il primo è Ignazio Marino. Nella sua città, Roma, un’auto pirata guidata da alcuni zingari minorenni ha investito, trascinato e ucciso una donna di 44 anni e ha ferito altre otto persone. I colpevoli non si trovano, e i loro famigliari (che vivono nel campo rom della Monachina) hanno messo in piedi una vergognosa messinscena per confondere le acque e coprire i veri responsabili.

Onde evitare sollevazioni popolari, Marino – dopo essere rientrato con tutta calma da un viaggio negli Usa – ha annunciato che applicherà tramite delibera un fantomatico «piano rom». Lo ha elaborato Francesca Danese, assessore al Welfare. Costei è famosa per aver proposto, qualche mese fa, di dare un «bonus casa» ai rom e farli accedere alle abitazioni popolari (nonostante ci siano numerosi italiani da tempo in attesa) e per un’altra geniale idea: mandare gli immigrati arrivati con i barconi a fare le guide al prossimo Giubileo. Insomma, le premesse non erano delle migliori. Ma col «piano rom», a quanto risulta, la Danese e Marino si sono davvero superati.

Poiché i campi vanno chiusi, c’è il problema di come «ricollocare» i circa settemila rom (ma forse le cifre reale è diecimila) presenti attualmente nelle baraccopoli romane. Ed ecco la pensata: non solo i rom potranno accedere alle case popolari, che non bastano nemmeno per quanti finora hanno fatto richiesta. Ma potranno utilizzare anche l’«autocostruzione».

Sentite che concetto meraviglioso: agli zingari saranno elargiti terreni (probabilmente gli stessi su cui ora sorgono i campi) e materiali edili necessari a erigere delle abitazioni prefabbricate. In pratica, il Comune darà loro tutto il necessario per edificarsi delle case come se fossero coloni nel selvaggio west. A questo punto, non si capisce perché anche gli altri cittadini romani non possano ricevere in regalo un terreno e del calcestruzzo per costruirsi la propria casetta. E, soprattutto, visto che il censimento degli zingari presenti nei campi romani non è ancora completato, che cosa vieta ad altri rom o sinti di altre città di recarsi a Roma per ricevere anche loro terra e mattoni?

È evidente che con il «piano rom» di Marino ci troviamo nell’ambito dell’assurdo, se non dell’ubriachezza molesta. Fortuna che altrove ci sono persone con un po’ più di sale in zucca e meno alcol in corpo. Ad esempio Stefano Sermenghi, sindaco di Castenaso, in provincia di Bologna. In un casolare abbandonato del suo paese (che ha circa 15 mila abitanti) si era stabilito un gruppo di zingari.

Sermenghi ha fatto sgomberare l’edificio una prima volta, e i rom sono tornati, in numero anche maggiore. Allora il sindaco li ha fatti sgomberare di nuovo. Poi, ha tagliato la testa al toro con l’unica soluzione possibile: la ruspa. Ha mandato un bel cingolato con braccio meccanico a demolire il casolare. E ne ha pure approfittato per farsi un po’ di pubblicità: la demolizione è avvenuta in favore di telecamera e alla presenza di giornalisti.

Ma sapete qual è la parte più divertente di questa vicenda? Il fatto che Sermenghi è un sindaco del Partito democratico. Di più: è un renziano a 24 carati. Infatti si è preso Benedetta Renzi, la sorella di Matteo, come assessore al Welfare. E si suppone che l’incarico preveda che l’illustre sorella si occupi, tra le altre cose, anche dei rom.

Il confronto tra la situazione di Roma e quella di Castenaso è interessante. In entrambi i casi, a capo dell’amministrazione comunale c’è un sindaco in quota Pd. Però Marino appartiene a una sinistra vecchio stampo. Si presenta come intellettuale altoborghese, più chic che radical, un residente onorario dell’iperuranio. Non ha un confronto diretto con i cittadini. Risultato: partorisce cialtronate buoniste che faranno imbufalire persino i suoi sostenitori.

Sermenghi, invece, è appunto del tipo renziano. Sa promuoversi bene, è attento all’immagine. Soprattutto, però, governando un paese, è costretto a guardare in faccia i propri elettori, a rispondere più direttamente di quel che fa. La somma dei due fattori produce la ruspa. Sermenghi, da scaltro renziano, ha capito che aria tira, e da sinistra (si presume con la benedizione della sua assessora Benedetta Renzi) si è attaccato alle proposte che guadagnano più consensi: quelle di Matteo Salvini.

La ruspa e la pronta risoluzione del problema sono ciò che i cittadini e il buonsenso pretendono. A capirlo, a parte Marino, ci sono arrivati quasi tutti. Pure Adriano Celentano – che sarà anche il re degli ignoranti, ma quanto ad affari si muove benissimo – ha dichiarato: «Comincio a pensare a Salvini». Infatti si è attirato le ire della sinistra che fino all’altro giorno lo aveva incensato. Tanto che ieri sua moglie Claudia Mori è dovuta correre ai ripari con un’intervista a Repubblica, in cui si affannava ad arrampicarsi sugli specchi, spiegando che quello di suo marito era «un grave allarme» e che la provata fede democratica del Molleggiato non è in discussione.

Il fatto è che per risolvere il problema dei campi rom – osteggiati perfino dall’Europa – non resta che il ruspante rimedio salviniano. Il sindaco renziano l’ha capito, e se ne fa vanto. Marino invece cerca improbabili risarcimenti da concedere ai rom, tipo regalare terreni e prefabbricati. Come se gli zingari non potessero trovarsi una casa esattamente come gli altri.

Le verità, è che dovremmo liberarci una volta per tutte di sindaci come Marino. Ma in questo caso la ruspa non basta.

Francesco Borgonovo

(articolo uscito su Libero di oggi, domenica 31 maggio 2015)

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