Roma, 8 ott – Oggi alla Camera è previsto il voto finale del disegno di legge costituzionale sul taglio dei parlamentari, che ridurrà il numero dei deputati da 630 a 400 e quello dei senatori da 315 a 200, in aggiunta al taglio dei seggi dei deputati (da 12 a 8) e dei senatori (da 6 a 4) eletti all’estero. I partiti – ad eccezione di +Europa – sono tutti favorevoli al taglio delle poltrone, dalla maggioranza giallofucsia all’opposizione (anche la Lega ha confermato che voterà sì). La riforma che prende il nome dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il 5 Stelle Riccardo Fraccaro, modifica il rapporto numerico di rappresentanza sia alla Camera dei Deputati (1 deputato per 151.210 abitanti, mentre oggi era 1 per 96.006 abitanti) sia al Senato (1 senatore per 302.420 abitanti, mentre oggi era 1 ogni 188.424 abitanti).


Serve la maggioranza assoluta (316 voti)

Lo scrutinio del voto definitivo sul disegno di legge costituzionale sul taglio dei parlamentari sarà palese. In quanto riforma costituzionale, il provvedimento, per passare, dovrà ottenere la maggioranza assoluta (cioè 316 voti). Ma sulla carta la maggioranza è ampia. Forza Italia e Fratelli d’italia hanno annunciato il loro voto a favore della riforma. Anche Lega e Italia Viva hanno assicurato il sì. A favore dovrebbero schierarsi anche i deputati del gruppo Misto, anche se potrebbero esserci defezioni nelle file del Pd, che dopo tre voti contrari dovrà obtorto collo votare sì, in nome del patto di governo con i 5 Stelle. Il costituzionalista dem Stefano Ceccanti spiega che è cambiato “il contesto” della riforma: “Non siamo mai stati contrari al taglio”. Il nuovo contesto di cui parla è l’intesa in quattro punti, firmata dai capigruppo della maggioranza, con cui i giallofucsia si impegnano a varare norme per controbilanciare il taglio.

I quattro punti per controbilanciare il taglio

Il primo è la riforma della legge elettorale: “Ci impegniamo a presentare una bozza entro il mese di dicembre”, assicura Ceccanti. Il secondo è, entro ottobre, l’equiparazione di elettorato attivo e passivo tra Camera e Senato (per quest’ultimo era 25 anni, si passa a 18). I capigruppo si impegnano anche a “modificare il principio della base regionale per l’elezione del Senato“. Infine, a “riequilibrare il peso dei delegati regionali che integrano il Parlamento in seduta comune per l’elezione del capo dello Stato”.

Meloni: “Ora elezione diretta del presidente della Repubblica”

Tutti d’accordo, tranne +Europa (3 deputati). Per Riccardo Magi è “una truffa demagogica e uno sfregio al Parlamento“. Per la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni “diminuire il numero di deputati e senatori è un primo passo per ridurre la distanza tra i cittadini e il palazzo ma non basta assolutamente. Due i passi da compiere: l’elezione diretta del Presidente della Repubblica e l’abolizione dell’istituto ottocentesco dei senatori a vita. Su queste due riforme, richieste da anni dai cittadini e sostenute da sempre dalla destra, Fratelli d’Italia lancia un appello a tutto il Parlamento e le forze politiche. Basta perdere tempo”.

Lega: “In ballo scambio di favori tra M5S e Pd”

Sul taglio dei parlamentari “la Lega voterà a favore. Ha sempre votato a favore, non è una posizione nuova ma è un posizione anche storica. Certamente qui c’è in ballo altro, probabilmente quello che potrebbe sembrare quasi un ricatto. Cioè uno scambio di favori tra una parte politica del governo, che è il M5S, che desidera portarsi a casa questa misura, e dall’altra parte quella del Pd e delle sinistre che vogliono portare a casa qualcosa di molto più sconcertante per il bene degli italiani e del nostro territorio: ius soli, ius culturae e un tentativo di maggiore apertura rispetto all’accoglienza. Se dovesse emergere questo sarebbe veramente un attentato nei confronti degli italiani”. A lanciare l’allarme a Sky TG24 l’ex ministro per le disabilità e la famiglia e parlamentare della Lega Alessandra Locatelli.

La fronda pentastellata potrebbe votare contro

Sul fronte della maggioranza, la fronda anti-Di Maio all’interno del M5S potrebbe consumare lo strappo in Aula. Sarebbero una trentina i deputati intenzionati a non votare la riforma (o comunque ad astenersi). Un gesto, questo dei “duri e puri” contrari all’alleanza con il Pd, che potrebbe essere l’anticamera della scissione. Certo fa specie che, proprio su una riforma che è da sempre un cavallo di battaglia dei 5 Stelle, ci siano pentastellati disposti a votare contro pur di manifestare il loro dissenso verso il capo politico.

Adolfo Spezzaferro

Commenta